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PAOLO ORTELLI

Formare per competere: l’ennesima sfida ticinese

Presidente della Conferenza della Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti.
Formare per competere: l’ennesima sfida ticinese
TiPress
Fonte Paolo Ortelli
Formare per competere: l’ennesima sfida ticinese
Presidente della Conferenza della Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti.

In un'economia attraversata dalla digitalizzazione, dall'intelligenza artificiale, dalla transizione energetica e dalla difficoltà nel reperire personale qualificato, la formazione continua non può più essere considerata accessoria. È parte della capacità competitiva di un'impresa, tanto quanto la tecnologia o l'organizzazione. C'è però un dato che dovrebbe farci riflettere. Nel 2021 in Ticino il 35,6% degli occupati tra 25 e 64 anni partecipava a una formazione continua professionale sostenuta dal datore di lavoro. In diverse regioni svizzere la quota superava il 46%, raggiungendo il 48,1% a Zurigo. A livello nazionale, il 49,4% della popolazione attiva aveva partecipato a una formazione professionale continua e, tra questi, il 93% aveva ricevuto un sostegno dal datore di lavoro. Numeri che indicano un divario, ma non ne spiegano le ragioni. Perché?

L'impressione maturata negli anni nel confronto con aziende, lavoratori ed enti formativi diversi è che nella Svizzera italiana la situazione sia molto eterogenea. Accanto a imprese che investono sistematicamente nelle competenze, ve ne sono altre nelle quali la formazione rimane occasionale, legata a obblighi normativi o necessità immediate. L'ipotesi da verificare è che il problema non sia tanto la carenza di offerta, quanto una cultura aziendale della formazione ancora poco sistematica, pianificata e molto diseguale. La struttura della nostra economia può spiegare parte del fenomeno. Il Ticino è terra di piccole e microimprese. Per un'azienda con pochi collaboratori mandare una persona a un corso significa ridurre temporaneamente la capacità produttiva. Spesso mancano inoltre risorse dedicate, budget formativi e strumenti di pianificazione. I dati nazionali confermano che la propensione a sostenere corsi cresce con la dimensione dell'impresa. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. Nelle aziende ticinesi si impara probabilmente molto più di quanto dicano le statistiche: sul lavoro, introducendo nuove tecnologie, assumendo responsabilità o risolvendo problemi. Se però questo apprendimento non viene pianificato e valorizzato, rischia di rimanere patrimonio delle singole persone anziché dell'impresa.

C'è poi un'altra criticità. La formazione continua tende a raggiungere maggiormente chi è già qualificato e diminuisce con l'avanzare dell'età. Un paradosso: proprio chi è più esposto alla trasformazione tecnologica rischia di essere meno coinvolto nell'aggiornamento delle competenze. La responsabilità non può quindi essere attribuita soltanto alle imprese. Occorre chiedersi se l'offerta sia sufficientemente flessibile e vicina alle esigenze delle PMI. Orari, costi, sostituzione del personale, informazione, burocrazia e accesso agli incentivi possono fare la differenza. Non basta aumentare i corsi: serve un sistema nel quale imprese, associazioni professionali, enti formativi e istituzioni condividano la responsabilità dello sviluppo delle competenze.

Occorre allora approfondire questa realtà: capire quanto le aziende investono, chi coinvolgono, quali competenze ritengono necessarie e quali ostacoli incontrano. Quanta materia, per ricerca e giovani lauerandi! Perchè per i diversi settori professionali, prima di immaginare nuove misure, è doveroso poter capire dove e perché si forma meno. Il 35,6% ci dice che una differenza rispetto ad altre regioni svizzere esiste. Non ancora il perché. Il vero salto culturale consiste nel passare dalla formazione come risposta a un bisogno immediato alla formazione come parte della strategia aziendale. In un mercato piccolo e aperto, la domanda non è più soltanto quanto costi formare i propri collaboratori. È quanto possa costare, domani, non averli formati oggi.

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