Cereda, l'Ambrì resta nel cuore: «Gratitudine, fierezza e anche un po' di tristezza»

Chiacchierata con il nuovo allenatore della Svizzera U20: «In Ticino ci sono prospetti interessanti»
Chiacchierata con il nuovo allenatore della Svizzera U20: «In Ticino ci sono prospetti interessanti»
AMBRÌ - Una nuova quotidianità, lontana dalla pressione costante della panchina dell'Ambrì ma sempre a stretto contatto con l'hockey. Dopo otto anni intensi in biancoblù, Luca Cereda - allenatore della Svizzera U20 - racconta il suo nuovo ruolo, il lavoro con i giovani e le emozioni che ancora lo legano alla Gottardo Arena.
«Sì, sono molto contento del mio nuovo lavoro - ci ha detto Luca Cereda - Ci sono picchi molto intensi: siamo reduci da un camp in Finlandia, dove abbiamo disputato quattro partite in quattro giorni. Poi ci sono periodi dedicati maggiormente alla riflessione e alla preparazione in vista del picco successivo».
Quanto è cambiata la tua quotidianità?
«È sicuramente molto diversa. Prima vedevi qualcosa che non funzionava e cercavi di migliorarlo immediatamente, già il giorno dopo. Adesso, invece, può capitare di dover aspettare qualche settimana, senza sapere se quel problema esista ancora, perché magari un determinato giocatore non c'è più».
Come si svolge una tua settimana tipo?
«Tendenzialmente sono almeno una volta alla settimana in ufficio a Zurigo, mentre nel resto della settimana sono in giro a seguire allenamenti e partite, per osservare possibili candidati per il Mondiale di fine anno. Non da ultimo, ci sono vari colloqui e meeting con i vari candidati».
Cosa cambia nel tuo modo di allenare quando passi da uomini fatti e professionisti a ragazzi di 18-20 anni? Per otto anni il tuo lavoro veniva misurato soprattutto attraverso vittorie, playoff, classifica e risultati. Ora il successo può essere anche vedere un ragazzo fare un passo avanti.
«Anche nelle leghe giovanili, negli ultimi anni, sono stati fatti passi importanti, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi scalini, che vengono trattati come delle mini squadre professionistiche. I giovani giocatori sono abituati a lavorare in una certa maniera, a ricevere determinate correzioni e ad allenarsi sul ghiaccio e fuori dal ghiaccio con modalità molto simili a quelle di una squadra professionistica. Chiaramente, non vedendoli tutti i giorni, devi rapportarti con loro in modo diverso, ricorrendo maggiormente alle video-chiamate».
Come siamo messi in Ticino a livello di U20?
«Ci sono alcuni candidati. Ad Ambrì, per esempio, Noah Franzina, mentre per quanto riguarda il Lugano, Elia Pedrotti, Cyrill Henry, Marc Bissig e Anton Besanidis sono stati convocati per il torneo in Finlandia di fine agosto. Ci sono però anche altri giocatori provenienti dal Ticino. Diciamo quindi che siamo ben posizionati».
TiPressIn questi mesi lontano dalla pressione quotidiana, hai ricaricato un po’ le batterie? Ne avevi bisogno?
«Sono andati bene. I primi mesi li ho dedicati a recuperare un po' di energie e a ricaricare le batterie. Li ho utilizzati anche per andare a curiosare un po' a destra e a sinistra, una cosa che, quando ero ad Ambrì, non ho mai avuto il tempo di fare. Sicuramente otto anni sono tanti e questo periodo mi è servito molto, non solo per riposare, ma anche per curiosare e prendere spunti dagli altri, cosa che, quando sono avversari, è un pelino più difficile».
Ti ricordi il primo giorno d’estate in cui ti sei svegliato e hai realizzato: “Quest’anno non devo andare ad Ambrì”? Hai vissuto più un senso di libertà o di vuoto?
«L'ho vissuta bene... Ero abbastanza consapevole che, più si andava avanti, più la fine con l'Ambrì era vicina. Sapevo che non era una cosa definita. Il fatto però di aver trovato un impiego, dei pensieri e dei compiti da svolgere è stato d'aiuto. Se fossi stato a casa senza un impiego, probabilmente, sarebbe stato un po' più complicato».
Negli anni passati hai sempre sottoscritto un abbonamento per la Gottardo Arena. Una routine che hai mantenuto?
«Sì, ne ho fatti due per le mie due figlie...».
Un'ultima domanda: oggi, quando pensi all'Ambrì, prevale più la gratitudine, la rabbia, la nostalgia o la serenità?
«Sono tantissime le emozioni: gratitudine, fierezza e anche un po' di tristezza per alcuni momenti in cui non siamo riusciti a ottenere quello che volevamo. La cosa più grande comunque è la gratitudine per aver fatto parte della storia dell'Ambrì. Fra l'altro in un momento storico come l'insediamento alla Gottardo Arena».





