«Io che voglio ridare valore alla montagna»

È la missione di Mario Donati, intellettuale che ha appena pubblicato "Sull’alpe Tomeo con i nostri vecchi". È l'occasione per un'importante riflessione sociale.
VALLEMAGGIA - "Sull’alpe Tomeo con i nostri vecchi". È il titolo dell'ultima opera letteraria di Mario Donati, professore e uomo di montagna, profondamente legato in particolare alla "sua" Alta Vallemaggia. Il libro, edito da Fontana (collana Terra Ticinese), è lo spunto per alcune riflessioni.
Mario Donati, sempre più si sta facendo portavoce di una cultura montanara. Come se si rifiutasse di lasciarla finire nel dimenticatoio. È così?
«Lo scrivere procura piacere, soddisfazione. Lo faccio soprattutto per ricordare a me e agli altri: una specie di ponte tra le generazioni trascorse, quelle odierne e quelle che verranno. Da qualche tempo mi impegno in questo esercizio dandomi come obiettivo l’indagare l’identità delle comunità di montagna allo scopo di valorizzarne i tratti principali che appaiono annacquati e minacciati».
La montagna per alcuni millenni è stata il luogo di sviluppo della civiltà contadina.
«Civiltà che ha colonizzato e modellato questi luoghi per permettere alla gente di vivere e di costruirsi un futuro. Erano i flussi della transumanza che muovevano persone e bestie alla ricerca del foraggio risalendo i versanti a primavera e inizio estate fino a ridosso delle cime, per poi ridiscendere a valle in autunno. Era questo il motore che permetteva la vita tra le montagne».
Per molti, l'alpe Tomeo, il luogo che descrive in questa tua ultima creazione è sconosciuto.
«Effettivamente Tomeo è solo un pretesto per parlare di montagna. L’approccio utilizzato può essere facilmente esteso a qualsiasi altro spicchio della catena alpina. Oggi, complici anche i cambiamenti climatici, assistiamo a un travaso di gente che sale in altitudine e spesso sembra un calpestio di folla su un involucro vuoto che serve a soddisfare le esigenze del proprio ego. Una montagna calpestata invece di una montagna vissuta in modo consapevole».
Qual è stata la molla che l'ha spinta a scrivere questo libro specifico?
«La vecchiaia, oltre ad appesantire il passo, favorisce la riflessione in un lento scorrere del tempo nel risalire i versanti. Se a questo associ i vissuti di un’intera vita tra le cime, si pongono le condizioni per favorire il dialogo tra te e la montagna che viene vissuta nella sua ricchezza di sedimentazioni storiche e culturali. Così come in passato l’alpigiano viveva capillarmente ogni anfratto della montagna, anche oggi questa intimità va rianimata e rivitalizzata nella sua ricchezza grazie alle testimonianze disseminate sul territorio alpino».
Lei è un intellettuale che ha scelto di vivere in un luogo discosto, un rustico senza vicini di casa in Lavizzara. La solitudine e l'introspezione sono in netto contrasto coi ritmi moderni.
«Non nego e neppure ostacolo la modernizzazione che, piaccia o no, fa il suo corso. Il futuro non può essere replica acritica del passato. La sfida è far prova di creatività e di innovazione nell’immaginare scenari possibili e rispettosi del passato per permettere alle comunità alpine di continuare a vivere tra le loro montagne beneficiando fino in fondo delle risorse di cui dispongono. Da quasi un secolo l’evoluzione della società ha relegato la montagna a un ruolo subalterno alle zone urbane».
Quanto le pesa?
«Oggi, alla luce di alcuni segnali quali riscaldamento climatico, degrado nelle città e periferie, è suonata la campanella per ribadire la centralità e la dignità delle zone montane creando le condizioni quadro per un rinvigorimento demografico, economico, sociale. Così come in passato la gente se ne è andata, e nessuno l’ha cacciata, chissà che le logiche cicliche che hanno da sempre mosso il mondo, potranno riportare in quota chi aveva fatto le valigie. Ma anche molti altri che sapranno apprezzare quanto la montagna offre a chi lo sa cogliere».



