L'infermiera: «100 franchi in più. E un paio di persone in meno»

Una cifra che dovrebbe rappresentare un riconoscimento per chi lavora nella sanità, ma che diventa difficile da chiamare “aumento” quando, contemporaneamente, si riduce il personale e aumenta il carico di lavoro.
CANTONE - Perché i 100 franchi finiscono sulla busta paga, mentre il conto vero lo pagano gli operatori: con la stanchezza, lo stress, le responsabilità e il tempo che non basta mai.
In un turno pomeridiano posso avere 15 pazienti a mio carico, in un reparto che ne accoglie 32-34. Quindici persone non sono quindici numeri.
Sono pazienti autonomi e non autonomi, persone anziane, disorientate, pazienti in isolamento, persone che devono essere mobilizzate con il sollevatore, imboccate, aiutate a bere, sorvegliate e assistite.
E nel frattempo suonano i campanelli. Continuamente. Un paziente disorientato esce dalla camera nonostante l’isolamento. Un altro ha bisogno di essere mobilizzato. Un altro ancora non riesce a mangiare da solo. Qualcuno deve essere accompagnato in bagno. Qualcuno chiama semplicemente perché ha paura. E noi corriamo. Corriamo da una camera all’altra cercando di essere contemporaneamente infermieri, assistenti, sorveglianti, psicologi e, quando serve, parafulmini per la rabbia dei familiari.
Ma il personale non si moltiplica. Anzi, diminuisce. E quando qualcuno è malato? Quando arrivano le ferie? Quando manca personale? La risposta è stata: “Arrangiatevi.” Una parola semplice, comoda, ma che in sanità dovrebbe far paura. Perché con i pazienti non ci si può “arrangiare”. La sicurezza non dovrebbe essere una questione di fortuna. La qualità dell’assistenza non dovrebbe dipendere dal fatto che quel giorno nessuno si ammali.
Eppure continuiamo a parlare di efficienza, ottimizzazione e contenimento dei costi. Ottimizzare cosa? ll tempo passato con un paziente? Il numero di persone disponibili per assisterlo? La pazienza di chi lavora? Perché le regole, invece, quelle non diminuiscono mai. Niente smalto. Niente fede. Niente collane. Regole su regole, controlli e responsabilità. E sia chiaro: molte norme igieniche sono necessarie in un ambiente sanitario.
Ma viene spontaneo chiedersi: se siamo così rigorosi nel pretendere il rispetto delle regole, perché non siamo altrettanto rigorosi nel garantire il personale necessario per rispettarle e garantire un’assistenza sicura?
Poi ci sono i familiari arrabbiati. Ci sono parole che feriscono, accuse, aggressività. E l’operatore deve stare zitto. Deve mantenere la calma. Deve sorridere. Deve continuare. Anche quando arriva a casa con il corpo dolorante, esausto e, qualche volta, con dei lividi. Perché il giorno dopo si torna al lavoro. Non perché sia tutto normale. Ma perché abbiamo un affitto da pagare. La cassa malati da pagare. Le bollette da pagare.
Una vita da mantenere. Ed è forse questa la parte più amara: siamo indispensabili fino a quando non chiediamo qualcosa. Siamo “eroi” quando c’è bisogno di noi. Siamo “professionisti” quando dobbiamo assumerci responsabilità. Siamo “squadra” quando manca qualcuno e dobbiamo coprire il suo lavoro. Ma quando chiediamo più personale, più rispetto e condizioni sostenibili, improvvisamente diventiamo un costo.
Allora forse la domanda non è se 100 franchi siano un buon aumento. La domanda è: quanto costa davvero un operatore sanitario esausto? Quanto costa un errore evitabile? Quanto costa un paziente che non riceve l’attenzione necessaria? Quanto costa perdere professionisti che, dopo anni di lavoro, non ce la fanno più? E soprattutto: quanto siamo disposti a risparmiare sulla pelle di chi si prende cura delle persone?
Perché 100 franchi in più non possono essere utilizzati come giustificazione per chiedere ancora di più a chi già dà tutto. La sanità non ha bisogno di operatori che imparino ad “arrangiarsi”. Ha bisogno di condizioni che permettano loro di fare bene il proprio lavoro. Prima che sia troppo tardi.



