«Non abbiate paura di sbagliare». Ma poi?

Sara Rossini – CEO Fill-Up apprentice
Sara Rossini – CEO Fill-Up apprentice
«Non abbiate paura di sbagliare» è il messaggio lanciato dal DECS per l’inizio del nuovo anno scolastico. Un messaggio importante. Ma proprio per questo non può restare soltanto un bello slogan pronunciato il primo giorno.
Ma, concretamente, quanto spazio hanno davvero i giovani per sbagliare a scuola? Parliamo spesso di cultura dell’errore come di un principio fondamentale per imparare.
Troppo spesso, però, confondiamo l’errore con la valutazione. L’errore dice che qualcosa non è ancora stato compreso o acquisito. La valutazione dovrebbe invece leggere il percorso nel suo insieme: i progressi, le difficoltà e il punto in cui si trova il giovane. Non ridurlo a un singolo risultato.
Quando ogni errore diventa immediatamente un voto e ogni voto si trasforma in un giudizio sulla persona, lo spazio per imparare si riduce. Una verifica insufficiente o un momento di difficoltà rischiano così di diventare rapidamente una sentenza: non si impegna, non è portato, ha scelto un percorso troppo difficile.
Va detto: non accade ovunque. Ci sono docenti che accompagnano con grande attenzione. Eppure, basta parlare con qualche giovane o con i suoi genitori per capire che esiste ancora una distanza evidente tra ciò che affermiamo e ciò che molti vivono ogni giorno.
Un errore, da solo, non insegna nulla. Diventa un’occasione di apprendimento soltanto quando qualcuno aiuta il giovane a comprenderlo, a individuarne le cause e a capire come correggerlo. Se dopo l’errore arrivano unicamente un voto, un richiamo o un abbassamento immediato delle aspettative, ciò che resta non è l’apprendimento, ma la paura di sbagliare ancora.
Il messaggio che passa è piuttosto chiaro: prova, ma soltanto se sei sicuro di riuscire. Partecipa, ma attento a non esporti troppo. Chiedi aiuto, ma senza mostrare troppe difficoltà. Nell’apprendistato questa contraddizione emerge in modo ancora più evidente, perché il giovane si muove contemporaneamente tra scuola e mondo del lavoro. Può succedere che, davanti ai primi risultati insufficienti, gli venga quasi subito suggerito di passare a un percorso più semplice. Oppure che il datore di lavoro riceva una comunicazione nella quale le difficoltà scolastiche vengono attribuite al poco impegno.
A volte questa lettura può essere corretta. Ma prima di arrivare a una conclusione così netta, siamo sicuri di avere approfondito la situazione? Abbiamo parlato con il giovane? Abbiamo cercato di distinguere la mancanza di impegno dalla mancanza di un metodo di studio? Abbiamo considerato la fatica del passaggio dalla scuola dell’obbligo all’apprendistato, eventuali difficoltà personali o semplicemente il bisogno di più tempo per trovare un nuovo equilibrio?
Una comunicazione inviata all’azienda non è neutrale. Può modificare la percezione che il datore di lavoro ha dell’apprendista, compromettere la fiducia e trasformare una difficoltà temporanea in un’etichetta difficile da togliere o addirittura in uno scioglimento di contratto. Proprio per questo, prima di attribuire quelle difficoltà al poco impegno, servono un confronto e la possibilità concreta di migliorare. Non una conclusione già scritta al primo risultato insufficiente.
Naturalmente, creare una cultura dell’errore non significa abbassare le aspettative, eliminare le valutazioni o giustificare qualsiasi comportamento. La scuola deve valutare e chi è in formazione deve assumersi le proprie responsabilità. Se manca l’impegno, va detto chiaramente.
Ma rigore non significa penalizzare immediatamente. Significa aiutare il giovane a riconoscere ciò che non funziona, definire cosa deve cambiare, dargli il tempo per farlo e, soltanto dopo, verificarne i risultati. La responsabilità si costruisce dando la possibilità di rimediare, non soltanto facendo pagare l’errore.
Diciamo di volere giovani autonomi, creativi, capaci di innovare e di pensare con la propria testa. Tutte queste capacità richiedono il coraggio di tentare, di esporsi e anche di sbagliare.
Un sistema che premia soltanto la risposta corretta e penalizza troppo velocemente il tentativo imperfetto non sviluppa innovazione: sviluppa prudenza, conformismo e paura.
Se prima invitiamo un giovane a provarci senza timore e poi lo penalizziamo al primo errore, quel messaggio diventa per lui l’ennesimo tradimento da parte degli adulti. Non capisce più se deve osare, chiedere aiuto, nascondere le proprie difficoltà oppure scegliere sempre la strada più sicura.
La cultura dell’errore non può dipendere dalla sensibilità del singolo docente. Deve diventare una filosofia condivisa da tutto il sistema scolastico e tradursi nelle valutazioni, nelle comunicazioni e nelle decisioni.
Prima di chiedere ai giovani di non avere paura di sbagliare, dovremmo interrogarci sul sistema e su chi lo fa vivere ogni giorno. Siamo davvero pronti a trasformare il messaggio della Direzione del DECS in una pratica concreta? Perché la credibilità di quelle parole si misura proprio lì: in ciò che accade quando un giovane sbaglia davvero.




