Essere Ebrei è un reato?

Francine Rosenbaum, etnologopedista
Su tio del 7 agosto scorso Giuseppe Giannotti, portavoce dell’Associazione ticinese Svizzera-Israele, segnala aggressioni verbali, minacce e il furto di due candelabri in occasione della celebrazione pubblica della festa ebraica di Hannukkah a Lugano e a Mendrisio. Egli lamenta la confusione fra Ebrei e Israeliani e pone la domanda se essere Israeliano o Ebreo sia un reato.
Questa domanda mi sembra essere la punta dell’iceberg del misconoscimento della storia del secolo scorso che affligge molti nostri concittadini. A scuola abbiamo memorizzato la data dell’ultima guerra mondiale e forse i suoi milioni di morti, ma sappiamo poco o nulla sulla spartizione del mondo fra le potenze occidentali in seguito alle guerre coloniali e alla caduta dell’impero ottomano. Non ricordo che ci abbiano mai raccontato che la soluzione politica all’antisemitismo europeo sia nata sulla scia del colonialismo del 19° secolo: prima dell’ascesa del nazismo, le cancellerie occidentali sostenevano apertamente il progetto sionista di concentrare le persone di origine ebraica al di fuori dell’Europa, in Africa o, meglio ancora, in Medio Oriente. Non mi ricordo neppure che ci abbiano mai detto che, dopo la seconda guerra mondiale, nessun paese occidentale abbia apertamente accolto e risarcito le vittime dell’olocausto. Al contrario, ne hanno promosso e sostenuto la massiccia immigrazione nel neonato Stato di Israele in Palestina.
Invece ricordo che mio padre, sfuggito da bambino ai pogrom zaristi nel 1903, non abbia mai considerato la sua ebraicità in termini nazionalistici. Nel 1924, quando mio nonno – eminente membro del sionismo religioso russo – decise di andare in Palestina (che non era ancora lo Stato di Israele), mio padre gli oppose la sua radicale appartenenza alla Diaspora laica e antisionista. Nel 1950, all’età di 7 anni, forse per un’osservazione fattami a scuola, chiesi a mio padre perché non volesse andare in questo nuovo Stato chiamato Israele come altre persone ebree. Mi spiegò che, fin da piccolo, aveva dovuto vivere in vari luoghi e che la sua patria ebraica si trovava nel suo cuore e che non aveva bisogno di un territorio per sentirsi in pace con sé stesso. Questa pace interiore ha certamente determinato le sue scelte etiche e civili: da una parte, la costante lotta contro l'antisemitismo e il razzismo di cui era bersaglio in quanto ebreo, e dall'altra parte – in quanto ebreo della diaspora – l'inesauribile impegno politico contro ogni forma di prevaricazione nazionalista e colonialista.
Come l’ho già argomentato altrove, il sionismo è la realizzazione di un progetto politico, l’ultima tragica versione del colonialismo occidentale, sostenuto e finanziato dall’Europa che ha concesso ai suoi teorici ashkenaziti di espropriare i Palestinesi della loro terra per discolparsi dei peggiori crimini antisemiti mai commessi fino ad allora e costituire così un avamposto strategico in Medio Oriente per assicurarsi il controllo delle risorse dell’intera regione.
Non è la religione ebraica che motiva l’appropriazione illeggittima delle terre dei Palestinesi, il razzismo, l’apartheid, il colonialismo di insediamento e di sfruttamento, il massacro di tutta una popolazione che è un genocidio agli occhi del mondo intero. È l’atroce manipolazione politica della religione ebraica attuata dai pifferai criminali miliardari portati al potere dalle nostre società neoliberiste occidentali che hanno perso così la loro umanità.
Forse queste mie considerazioni possono contribuire a chiarire anche solo un poco il contesto che ha suscitato la domanda del portavoce dell’ASI-Ticino: essere Ebreo o Israeliano è un reato???
Attualmente, l’opinione pubblica esprime dei “like” o “don’t like” alle informazioni sulla realtà mediata dai social. Non è più necessario investire tempo ed energie per documentarci e arricchire il nostro sapere prima di approvare o dissentire dalle decisioni politiche dei nostri governanti. Ci aggreghiamo come le pecore seguendo gli slogan dei leader che ci hanno categorizzato in buoni o cattivi. Nella grande maggioranza delle situazioni, l’identità assegnata alla persona non conforme all’ideale sociale anelato non corrisponde alla sua identità reale che è costituita da appartenenze multiple. In Svizzera, e non solo, facciamo associazioni categoriche, associamo per esempio “droga” a “Nigeriano o Kossovaro”, “furto” a “zingaro o migrante”, “mussulmano” a “islamista arabo”. Dall’acutizzarsi della guerra in Palestina, la narrazione demagogica che abbiamo introiettato è quella degli Ebrei vittime dei Palestinesi terroristi che vogliono distruggere lo Stato di Israele.
Questa narrazione è oggi incrinata, per non dire smentita, dall’immane ferocia della politica genocidaria del governo e dell’esercito israeliano che continua ad essere approvata dalla maggioranza della popolazione. Dopo la seconda guerra mondiale, tutti i Tedeschi hanno subito la colpa e la vergogna di essere identificati alla maggioranza che aveva sostenuto Hitler e permesso l’Olocausto. Per anni e anni è stata affibbiata ai Tedeschi la categoria di “Bosch”, sinonimo di “criminale nazista”. Oggi si riproduce lo stesso schema rispetto agli Ebrei e agli Israeliani, tutti assimilati a Netanyiahu che promuove l’eliminazione etnica dei Palestinesi.
Questa categorizzazione tocca pesantemente e dolorosamente le persone di ascendenza ebraica della Diaspora che vivono in Svizzera, in Europa e in America e che ricusano e contestano l’ideologia sionista. L’antisionismo è stato assimilato all’antisemitismo dall’ignoranza storica trasversale dell’opinione pubblica occidentale sommata alla propaganda del governo di Netanyahu. Quindi gli Ebrei diasporici vengono doppiamente imputati di reato: dai militanti ProPal che li accusano di sostenere i crimini dell’esercito israeliano e dai sionisti nostrani che li bollano come antisemiti traditori dello Stato di Israele. Ricordo un detto di Schiller ispirato dalla Bibbia che recita: «Anche Dio è impotente di fronte all’ignoranza».





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