«Non sei sbagliata, vai bene così come sei»

Dai momenti in cui si sentiva «un fallimento» alle grandi esperienze internazionali: Asia Argento ripercorre senza filtri la propria carriera
Dai momenti in cui si sentiva «un fallimento» alle grandi esperienze internazionali: Asia Argento ripercorre senza filtri la propria carriera
LOCARNO - di Luca Leoni
Dopo la commozione mostrata ieri sera in Piazza Grande ricevendo il Life Achievement Award, questa mattina Asia Argento ha incontrato il pubblico del Festival allo Spazio Cinema. Nel corso della conversazione con il critico cinematografico Manlio Gomarasca, l'artista si è raccontata senza filtri, ripercorrendo una carriera e una vita segnate da successi, ma anche da difficoltà, scelte e qualche rimpianto.
La conversazione è iniziata dai due film da lei interpretati presentati quest’anno al Festival: «Armony» di Dario Albertini e «La Muerte No Tiene Dueño» di Jorge Thielen Armand presentato a Cannes. Dell’opera di Albertini dice «È stato un film meraviglioso» mentre del film di Armand ambientato in Venezuela parla di una lavorazione difficile: «Pensavo che avremmo fatto un film politico, geopolitico. [...] Non avevo capito niente. Poi ho capito che era un horror psicologico neocolonialista». A complicare ulteriormente la lavorazione c'era anche la lingua: «Io non parlo spagnolo. Anche questo livello di difficoltà, che volevo aggiungere alla mia rosa di pazzie».
«Non so fare niente, solo il cinema»
Riflettendo sul momento della sua carriera in cui sono arrivati questi due film e il riconoscimento del Festival, Argento ammette: «Sono arrivati in un momento, e anche questo premio, in cui da qualche anno, io lo posso dire, mi sentivo veramente zero, un fallimento». Un'ammissione molto sincera, che non cerca di attenuare: «Non c'era niente che mi arrivava di interessante, non avevo lavori. Pensavo: vabbè, è andata così, sono una has been». Tanto da arrivare a interrogarsi, con una certa autoironia, su cosa avrebbe potuto fare lontano dal cinema: «Cosa so fare? Non so fare niente, so fare solo il cinema. [...] Forse devo fare la personal trainer». Un periodo che Argento definisce un «lungo limbo» e che, racconta, le ha insegnato anche un po' di umiltà: «Quanto è effimero questo mestiere, quanto ci sono degli alti, ci sono dei bassi, poi ci sono dei bassi molto bassi. Ci sono i momenti in cui non si lavora e i momenti in cui si lavora troppo». Un limbo dal quale oggi sembra essere uscita: «E poi, boh, dicono che è uscito Saturno, è andato via, non lo so... Tante belle cose quest'anno. Sono grata».
Locarno Film Festival / Ti-PressIl primo ciak
Il cinema, quel mestiere che a un certo punto temeva di non poter più fare, accompagna Argento praticamente da tutta la vita. Cresciuta in una famiglia profondamente legata alla settima arte, con il padre regista Dario Argento e la madre attrice Daria Nicolodi, è arrivata giovanissima sul set. L'artista descrive il proprio rapporto con il cinema come una vera e propria «ossessione». L'attrice racconta che inizialmente avrebbe voluto fare la scrittrice, ma durante la sua prima esperienza sul set, a 9 anni, rimase affascinata da quello che definisce «un silenzio assordante, il silenzio del cinema». Ricorda quindi il suo primo ciak e la sensazione provata dopo aver pronunciato la sua prima battuta: «C'era questo silenzio. Ho detto: “Io devo fare questo per sempre”. Anche se non volevo, dovevo».
Un'esperienza iniziata molto presto che però non ricorda come un gioco: «Lavorare era faticoso». A 11 anni, durante le riprese del film di Cristina Comencini "Zoo" (1988), racconta di aver iniziato a soffrire d'insonnia per il peso delle responsabilità: «Di notte non dormivo perché questo peso. Non ci pensavo, ma ero una bambina. Questo senso enorme di responsabilità me lo sono portato tutta la carriera, anche oggi».
Il rapporto col padre
Un senso di responsabilità che diventava ancora più forte quando dietro la macchina da presa c'era suo padre. «Volevo far felice mio padre, che fosse fiero di me», racconta. Proprio ieri, prima della consegna del Life Achievement Award, Dario Argento l'ha chiamata per complimentarsi: «È stato incredibile perché non me l'aspettavo. Io non pensavo che neanche se lo ricordasse». Quando la figlia gli ha confidato di essersi sentita un fallimento, il regista le ha risposto: «Non è vero, tu quando ti impegni sei brava». Una frase che Argento accoglie con sorprendente franchezza: «È vero questa cosa, perché solo un padre te lo può dire. Perché non mi sono sempre impegnata, se devo essere onesta». E ammette un rimpianto: «Tanti [film] non sentivo che era richiesto un impegno e avrei dovuto impegnarmi lo stesso. [...] Anche nei film di mio padre mi sarei potuta impegnare di più».
Il rapporto con il padre ha anche segnato la sua carriera da regista. Parlando di “Scarlet Diva” (2000), il suo esordio dietro la macchina da presa, Argento ricorda il sostegno ricevuto da Dario e dallo zio Claudio: «Sono stati degli uomini molto illuminati a permettere a una giovane autrice di fare un film così, un primo film. [...] Non sarebbe esistito senza di loro».
Inizialmente, però, Argento aveva in mente un progetto completamente diverso: «Stavo scrivendo un altro film, un film di guerra che un giorno farò», che descrive come «un film di guerra pazzesco, tipo ‘Elephant Man’». Un progetto, però, troppo ambizioso come primo film. Parallelamente stava lavorando a un testo più personale, nel quale fu proprio il padre a intravedere un possibile film: «Mi ha detto: “Sì, bello questo film di guerra, te lo possiamo fare, però io vedo qui un film in questo che stai scrivendo”». Un suggerimento che inizialmente non accolse bene. Quella stessa notte, però, il progetto prese forma: «Il film [...] mi si è formulato da solo in testa. [...] Sono scesa al piano di sotto e ho scritto tutto il film, quella notte, il soggetto».
Locarno Film Festival / Ti-PressNessuna colpa
Quel materiale nasceva da un periodo particolarmente difficile della sua vita: «Mi erano successe tante cose che non capivo nel mio ambiente, nella mia vita e soprattutto nel mio lavoro. Ero depressa, non riuscivo a uscire di casa, quindi mi sono messa a scrivere».
Da quella scrittura è nata la necessità di raccontare il malessere che stava vivendo come giovane attrice, tra ingiustizie, umiliazioni e quella che definisce un'«oggettificazione» che allora faticava a comprendere. «Sentivo che non era giusto vivere questo come donna, come giovane donna», racconta. A distanza di oltre venticinque anni, Argento guarda però a quelle esperienze con una consapevolezza diversa: «Ho raccontato questo malessere in un film, pensando che era colpa mia tutto quello che accadeva. E oggi [...] posso dire: no, non era colpa mia».
Carlo Verdone
Tra i registi con cui ha lavorato, Argento riserva un ricordo particolarmente affettuoso a Carlo Verdone. «Mi sono trovata benissimo. Lui, grande maestro, grande, grande umanità, Carlo». Per la sua interpretazione in "Perdiamoci di vista" (1994) ha ottenuto il David di Donatello come miglior attrice protagonista, un riconoscimento che oggi ritiene sia arrivato quando era ancora troppo giovane. E parlando di Verdone aggiunge sorridendo: «È anche un vero dark, Carlo. È il più grande dark di tutti, più di mio padre».
Il successo in Francia
Una parte importante della sua carriera si è sviluppata anche fuori dall'Italia, soprattutto in Francia: «Ho avuto più opportunità in Francia che in Italia», riconosce. Tra le esperienze che ricorda con maggiore affetto c'è "Compagna di viaggio" (1996), girato in Italia al fianco di Michel Piccoli: «È stato fra i film che ho più amato. Michel Piccoli, grande maestro, grande maestro». Un incontro che le ha mostrato anche un modo diverso di lavorare con gli attori, improntato a una maggiore libertà. Ma è soprattutto il ricordo personale dell'attore francese, scomparso nel 2020, a farla commuovere: «Michel mi ha dato tantissimo. [...] Grande generosità. Quell'uomo... penso sempre a lui, mi commuove».
Fast and Furious 2
Le opportunità non sono mancate nemmeno a Hollywood. Dopo “xXx» (2002), al fianco di Vin Diesel, Argento si è trovata davanti alla possibilità di intraprendere una carriera nel cinema d'azione americano. «Avevo tutti gli agenti, le persone vicine che dicevano: “Guarda, ora facciamo i milioni”. Mi avevano offerto altri film, ‘Fast and Furious 2”, cose subito, altri ruoli così». Una prospettiva che, però, non sentiva appartenerle: «Io venivo da un certo tipo di cinema, un gusto mio personale. [...] Non mi vedevo io che ora facevo film d'azione, la bonazza. Era veramente straniante questa idea di me». Argento descrive quel momento come uno dei bivi della propria vita: «Potevo andare di là o di là e io ho scelto di fare il mio film da regista». Una decisione che lasciò increduli anche coloro che la seguivano professionalmente: «La mia agente ha detto: “Tu sei pazza. [...] Aspetta, ti prego, un paio d'anni, facciamo i soldi, milioni”». Una scelta sulla quale oggi scherza: «E infatti ancora oggi dico: cazzo, me li dovevo fare i milioni, la vita era molto più semplice, forse». Ma subito si corregge: «No, forse io penso, per come sono fatta io, penso che sarei morta».
Luca LeoniIl rutto di Maria Antonietta
Quella scelta le ha però permesso di continuare a seguire un cinema più vicino ai propri gusti: «Mi sono salvata facendo il mio film da regista e poi così ho potuto lavorare invece con degli altri grandi». Tra questi c'è Sofia Coppola, che l'ha diretta in “Marie Antoinette» (2006). Argento ricorda l'impressione provata davanti alle dimensioni della produzione e ammette, con ironia, una certa invidia: «Io un po' rosicavo, diciamo. Per avere un milione di dollari per fare il mio film devo piangere sangue». Ma precisa subito: «Lei però era così generosa e si meritava tutto questo perché era bravissima. Era, è bravissima». Di quel set ricorda anche la libertà che Coppola lasciava agli attori. Durante una scena Argento decise di improvvisare un rutto per caratterizzare il proprio personaggio, Madame du Barry. L'idea piacque a Coppola, molto meno alla costumista Milena Canonero, che le fece notare come un simile comportamento non fosse appropriato alla corte di Versailles. Argento, però, aveva un'altra lettura: «Erano dei rozzi tremendi, puzzavano, non si lavavano, quindi mi sembrava il gesto giusto».
Abel Ferrara
Un altro incontro fondamentale è stato quello con Abel Ferrara, conosciuto quando aveva 22 anni. Argento racconta come il regista abbia cambiato in parte la direzione del suo percorso: «Mi ha scosso, però in una maniera buona [...] ha tirato fuori delle parti di me che avevo paura di tirare fuori, parti più oscure». Un incontro che, dice, ha finito per deviare «un po' il corso» di ciò che era in quel momento della sua vita.
Il bacio al rottweiler e lo stop alla carriera
Anni dopo, proprio un film di Ferrara avrebbe però segnato un'altra svolta, questa volta molto più difficile. In "Go Go Tales" (2007), Argento baciava un rottweiler sulla bocca in una scena diventata celebre. «Quando vedi questa cosa, la mia carriera lì si è proprio interrotta», racconta. «Io non ci pensavo, dicevo: “Ma che è successo nel 2008? Che ho avuto mio figlio?”. No, non era mio figlio, è stato il bacio del cane. Quella cosa per vent'anni l'ho pagata». Le conseguenze, racconta, furono immediate: alcuni contratti vennero cancellati, tra cui quello per il doppiaggio di «Ratatouille» per Disney. «Il giorno dopo hanno detto no». Secondo Argento, a pesare fu soprattutto il modo in cui la scena venne estrapolata dal film e mostrata anche in televisione: «Messa al telegiornale [...] dici: “Mamma mia, questa è proprio una malata di mente”. [...] Sembrava una cosa proprio diabolica». Ciononostante, non rinnega completamente quella scelta: «Sono fiera di averlo fatto», dice, anche se ammette: «È stata una cosa [...] che non avrei mai potuto prevedere. Se no col cavolo che lo facevo». Una delle conseguenze, riconosce, delle «scelte estreme» compiute nel corso della propria carriera.
Anche il rapporto con Ferrara è cambiato nel corso degli anni, attraversando «lunghi periodi in cui non ci parlavamo». Oggi Argento lo considera però una figura fondamentale del proprio percorso: «Come mi aveva portato alle tenebre, poi mi ha aiutato ad andare verso la luce». Ed è proprio per questo, spiega, che lo considera «mio maestro» e «un grande maestro di vita».
Piazza Grande
È proprio guardando all'intero percorso, con i suoi successi, le difficoltà e gli inciampi, che Argento torna infine alla commozione mostrata la sera precedente in Piazza Grande durante la consegna del Life Achievement Award. «Questa notte ho avuto la visione di cosa è stato e perché è stato così emozionante questo premio», racconta. «Ho visto la bambina, la donna e anche me anziana, tutto nello stesso momento. È stato un momento quasi mistico, veramente. Per questo mi sono commossa».
In quel momento, spiega, ha avuto la sensazione di vedere il proprio percorso sotto una luce diversa: «Attraverso il pubblico e soprattutto le parole di Giona [A. Nazzaro, direttore artistico del Festival, ndr] [...] è stato come se l'universo mi dicesse che comunque sono sempre stata sulla strada giusta, perché ho scelto sempre una strada che aveva un cuore, per quanto tortuosa, per quanto difficile, per quanto sono inciampata».
Al termine dell'incontro, Argento è scesa in mezzo al pubblico, fermandosi con i fan presenti tra selfie, autografi e abbracci. Una scena che sembra fare da contrappunto al significato profondamente personale attribuito al Life Achievement Award ricevuto la sera precedente: «È stato come [...] se l'universo mi dicesse: “Non sei sbagliata, vai bene così come sei”. È una cosa che forse aspettavo da tutta la vita, questa sensazione».






