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LUGANO

Queste due donne non hanno più una vita

Deborah nel 2022 ha denunciato l'uomo che l'ha massacrata di botte in Italia. La madre Luana la appoggia, con mille conseguenze. Il processo al presunto carnefice prevede tempi biblici. «E intanto le vittime si sentono sole», precisa l'avvocatessa Roberta Soldati.
Queste due donne non hanno più una vita
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Queste due donne non hanno più una vita
Deborah nel 2022 ha denunciato l'uomo che l'ha massacrata di botte in Italia. La madre Luana la appoggia, con mille conseguenze. Il processo al presunto carnefice prevede tempi biblici. «E intanto le vittime si sentono sole», precisa l'avvocatessa Roberta Soldati.

LUGANO - Due donne luganesi, madre e figlia. E un’angoscia che va avanti da oltre quattro anni. Luana Riva e Deborah Magagna da aprile 2022 sono state risucchiate in un incubo senza fine. «Da quando – spiega la madre – mia figlia ha denunciato l'uomo che l'ha massacrata di botte in un appartamento di Ponte Tresa Italia». 

L'ultima minaccia
Quella di Luana e di Deborah è una storia di cui i media hanno parlato a lungo. Con Deborah che più volte ha raccontato anche pubblicamente quanto le è accaduto. L'uomo che l'ha picchiata, di nazionalità italo brasiliana, fino a qualche tempo fa aveva il divieto di entrare in Svizzera a causa di una condanna per un reato precedente commesso su suolo ticinese. 

Ora invece lo può fare. E le due donne, che nel frattempo hanno costituito l'associazione "Mai più sola", non si sentono più sicure. «Lui va e viene dall'Italia al Luganese – conferma Luana –, dove adesso ha una nuova compagna. Attualmente, con tempi lunghissimi, sono in corso le udienze per il processo legato a quanto ha fatto a mia figlia. Lo scorso 13 luglio, davanti alla procura di Varese, mi ha minacciata dicendomi che mi avrebbe ammazzata. Questa non è vita. Nessuno fa nulla».

«Le mani su mia madre»
Sulla stessa lunghezza d'onda la figlia Deborah. «Si dice di segnalare, di denunciare le situazioni di violenza. Ma poi chi segnala o denuncia non è assolutamente protetto. L'uomo che mi ha picchiata è libero di entrare e uscire dalla Svizzera. Per il suo processo ha coinvolto testimoni che non hanno nulla a che fare con la vicenda. Non capisco cosa potranno testimoniare. Uno dei testimoni nel 2025 ha messo le mani addosso a mia madre e si è beccato a sua volta una denuncia».

Luana e Deborah insomma vivono inglobate in un'atmosfera di ansia e di paranoia. Ancora Luana: «Le autorità italiane e quelle svizzere giocano allo scaricabarile. In mezzo ci siamo noi che abbiamo anche dovuto cambiare casa per non essere rintracciate da questi individui. Segnalare le minacce sembra non servire a niente. Finché non ci scappa il morto, le autorità non si muovono. I tempi del processo al carnefice di mia figlia sono biblici. Il suo odio verso di noi cresce. Se nel frattempo ci succede qualcosa di grave chi risponderà?»

Foto LettoreDa sinistra: l'avvocatessa Soldati, Luana Riva e sua figlia Deborah Magagna.

«Manca un accompagnamento»
«Nell'attuale sistema ci sono ancora importanti criticità – sostiene Roberta Soldati, avvocatessa molto esperta nel settore –. Nel procedimento penale, anche quando c'è una condanna, viene tralasciata la vittima. Ci si concentra sull'autore del reato. La vittima resta con tutta una serie di incognite, di dubbi su cosa accadrà quando il carnefice uscirà dal carcere. Si chiede ad esempio se gliela farà pagare. Manca un accompagnamento. Mancano anche garanzie di tutela della vittima pensando al futuro. Infatti non è detto che una volta che una persona esce dal carcere si sia ravveduta e pentita dei reati commessi».

Stalker ancora graziati
Dal primo gennaio del 2026 è entrato in vigore in Svizzera l'articolo del codice penale sullo stalking. Soldati è esplicita: «Abbiamo perso un'occasione per legiferare bene. Lo stalking è stato codificato come "reato di risultato". Un certo comportamento deve avere un determinato impatto sulla vita della vittima, ossia limitarne considerevolmente il libero modo di vivere. A mio avviso bisognava codificarlo come "reato di comportamento". Già solo una condotta persecutoria andrebbe perseguita. Le pene? Purtroppo sono blande. Troppo spesso sono di carattere pecuniario con la condizionale. Chi denuncia si chiede "se il santo valga la candela”. Senza contare che le procedure sono troppo lente e lunghe».

Lungaggini come deterrente
E qui si arriva alla situazione vissuta da Luana e Deborah. Un caso particolare il cui processo si svolge in Italia perché la violenza è avvenuta su suolo italiano. «In generale – afferma Soldati – tutte queste lungaggini costituiscono un deterrente alla denuncia. La vittima attende mesi, anche anni. E in lei si insinua un senso di insicurezza. Il rischio zero non esiste. Però per i casi gravi anche il nostro sistema non è pronto. Ci sono persone che segnalano, che denunciano. E nessuno le prende in considerazione purtroppo. Vengono lasciate sole».

Infine un'ultima osservazione. «Quando capita qualcosa di serio si sente dire che i protagonisti erano noti ai servizi sociali. Ma come? Ci sono una serie di professionisti, psichiatri e non solo, che probabilmente dovrebbero fare meglio il proprio lavoro». 

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