La libertà del mercato vale anche per chi lavora?

Lorenzo Onderka, Sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Nei giorni scorsi mi è stato chiesto di firmare l’iniziativa popolare “Freno all’amministrazione”. Mi è stata presentata anche come uno strumento per contrastare gli aiuti destinati all’Ucraina.
Leggendo il testo dell’iniziativa ho però scoperto che l’Ucraina non vi compare e che l’obiettivo è un altro: limitare la crescita delle spese per il personale dell’Amministrazione federale.
Tra le motivazioni dei promotori ve n’è una che merita una riflessione: salari crescenti e nuovi posti nell’Amministrazione federale sottrarrebbero personale qualificato all’economia privata, aggravando la carenza di manodopera.
Ma se un lavoratore sceglie un impiego pubblico perché offre condizioni migliori, maggiore stabilità o prospettive professionali più interessanti, siamo sicuri che il problema sia il settore pubblico? Non dovremmo piuttosto chiederci perché una parte dell’economia privata fatichi a competere come datore di lavoro?
La domanda diventa ancora più interessante perché questa iniziativa nasce in ambienti liberali, che da sempre chiedono meno Stato, meno regole e maggiore libertà economica. Ma la libertà di mercato vale soltanto per chi offre lavoro oppure anche per chi lo cerca?
In Ticino questa domanda assume un significato particolare. Da decenni il nostro mercato del lavoro dispone di un’ampia offerta di manodopera proveniente da oltre confine. Una situazione che ha contribuito ad aumentare la concorrenza tra lavoratori e, in diversi settori, la pressione sulle condizioni salariali. Ci è stato spiegato che anche questo appartiene a un mercato del lavoro aperto.
Perché allora, quando è il settore pubblico a concorrere con quello privato nell’attirare personale, la concorrenza diventa improvvisamente un problema da correggere attraverso una norma costituzionale? Se esiste realmente una carenza di personale qualificato, non dovrebbe essere proprio il mercato a riequilibrare domanda e offerta attraverso salari, condizioni di lavoro, formazione e migliori prospettive professionali?
Il caso dell’edilizia ticinese rende la questione molto concreta. Parliamo di un settore sostenuto anche da importanti investimenti pubblici e che dovrebbe rappresentare uno sbocco naturale per i giovani residenti che decidono di formarsi in questi mestieri. Eppure assistiamo a un paradosso: da una parte si lamenta la mancanza di manodopera, dall’altra lavoratori residenti con diploma AFC faticano a trovare impiego perché considerati troppo costosi rispetto alle alternative disponibili oltre confine. Siamo quindi sempre di fronte a una carenza di lavoratori? Oppure, almeno in alcuni casi, a un mercato che preferisce manodopera meno costosa rispetto a quella qualificata che il nostro stesso sistema professionale ha formato?
È qui che l’iniziativa “Freno all’amministrazione” solleva, almeno per me, la domanda fondamentale. Se il settore pubblico offre condizioni capaci di attirare lavoratori, la risposta liberale dovrebbe essere limitarne per legge la capacità di competere? Oppure lasciare che anche il settore privato risponda alla concorrenza migliorando la propria offerta?
Perché se utilizziamo una norma costituzionale per rendere meno attrattivo un possibile datore di lavoro, con l’obiettivo di facilitare il reperimento di personale da parte degli altri, non stiamo forse intervenendo proprio su quel mercato che diciamo di voler lasciare libero?
Non ho una risposta da imporre agli altri. Ma prima di firmare un’iniziativa che vuole difendere la libertà economica, credo sia legittimo porre una domanda molto semplice: la libertà del mercato vale soltanto per le imprese che cercano personale, oppure anche per le persone che cercano le migliori condizioni in cui lavorare?



