«Così non va: se raccontiamo di noi, c'è chi ci guarda storto»

Dopo il 7 ottobre 2023 anche in Ticino alcuni ebrei vivono nell'angoscia. «Etichettati come cattivi. A priori», dice Giuseppe Giannotti, portavoce dell'Associazione Svizzera Israele.
Dopo il 7 ottobre 2023 anche in Ticino alcuni ebrei vivono nell'angoscia. «Etichettati come cattivi. A priori», dice Giuseppe Giannotti, portavoce dell'Associazione Svizzera Israele.
LUGANO - «Siamo arrivati al punto che se diciamo a qualcuno di essere ebrei, ci guardano storto». Giuseppe Giannotti, portavoce dell'Associazione Svizzera Israele, sezione Ticino, lancia il monito. «Così non va. Siamo etichettati come cattivi. A priori. E stanno accadendo cose preoccupanti attorno a noi».
Dopo l'attacco di Hamas a Israele, il 7 ottobre 2023, qualcosa è inevitabilmente cambiato anche per i 18'000 ebrei che vivono su suolo rossocrociato, di cui alcune centinaia nella Svizzera italiana.
«A Zurigo ancora recentemente alcuni ebrei sono stati malmenati, senza avere fatto niente a nessuno. Solo perché ebrei. Non è la prima volta. Nella vicina Italia fino a qualche settimana fa girava un formulario su internet, seppur non ufficiale, in cui si invitava a segnalare la presenza di eventuali ebrei nelle varie regioni. Anche in Ticino si intravedono i primi campanelli d'allarme».
Ci faccia un esempio concreto...
«A Lugano la nostra associazione ha organizzato una marcia per la pace, lo scorso 25 gennaio. Senza alcuno slogan contro i palestinesi. I ProPal in quell'occasione ci hanno urlato di tutto, in modo aggressivo. Non ci fosse stata la polizia ci sarebbe stato un contatto fisico. Tra l'altro tempo fa un membro della nostra comunità ha ricevuto minacce proprio in quanto ebreo».
E perché non avete denunciato pubblicamente il fatto?
«Per evitare un effetto di emulazione».
Ora il vaso è colmo?
«C'è da preoccuparsi. Lo scorso dicembre durante la nostra festa delle luci, "Chanukkah", ci hanno rubato il grande candelabro che tradizionalmente da anni veniva posato davanti al Palazzo dei Congressi di Lugano. La stessa cosa è successa davanti alla Filanda di Mendrisio. Un candelabro è stato trovato distrutto, l'altro non è mai stato più trovato. Si tratta di simboli religiosi, come lo è il crocifisso per il cristianesimo. È un chiaro attacco all'ebraismo».
Lei in prima persona ha mai ricevuto minacce?
«Abbiamo ricevuto minacce anche noi dell’associazione. E noi non rappresentiamo il Governo o lo Stato israeliano. Bensì un’associazione di amicizia tra due Paesi, che intende favorire gli scambi culturali. E fare conoscere la realtà e la cultura israeliana anche in Svizzera».
In generale quali sono le frasi che più vi pesano?
«Sentire ad esempio che gli ebrei devono andarsene dalle università: accade negli Stati Uniti e in Inghilterra».
Non in Svizzera però...
«Ma gli echi si sentono anche qui dove, tanto per fare un esempio, 250 accademici svizzeri hanno chiesto di rompere ogni accordo con le università israeliane».
Diverse correnti hanno fatto pressioni sulla Svizzera affinché interrompesse i rapporti con Israele.
«Affermando che in caso contrario la Svizzera si dimostrerebbe complice di un genocidio. Ma vi rendete conto di quanto è assurdo un pensiero del genere? Quanto alle relazioni con le università israeliane, un boicottaggio andrebbe solo a danno delle università svizzere. Israele è all’avanguardia in tanti settori, dalla tecnologia alla medicina, dall’agricoltura alla gestione delle acque, dalla sicurezza in generale alla cyber-security».
Cosa vi fa più soffrire?
«La generalizzazione. Perché generalizzare in questo modo? E poi mica tutti gli ebrei sono israeliani. I miei nonni sono stati uccisi ad Auschwitz. Ma io, originario dell'isola di Rodi, ho il passaporto svizzero e quello italiano. Ma anche se fossi israeliano che colpa avrei? Essere israeliano o ebreo è un reato?»





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