Disoccupazione dei frontalieri, Quadri: «Un’altra batosta per il Ticino»

Per il consigliere nazionale il rischio di maggiori costi e pressione amministrativa per il Ticino è concreto, mentre chiede a Berna a una posizione chiara verso Bruxelles.
Per il consigliere nazionale il rischio di maggiori costi e pressione amministrativa per il Ticino è concreto, mentre chiede a Berna a una posizione chiara verso Bruxelles.
BELLINZONA / BERNA - Lorenzo Quadri torna sulla questione della disoccupazione dei frontalieri. Lo fa sulle colonne del Mattino della domenica, dove rilancia un tema destinato a pesare sempre più sul dibattito politico ticinese e nazionale. «La conferma è arrivata nei giorni scorsi: l'Unione Europea ha raggiunto un accordo sulle indennità di disoccupazione per i lavoratori frontalieri. Un accordo che si trasformerà nell’ennesimo aggravio per la Svizzera e, in particolare, per il Ticino», scrive il consigliere nazionale per la Lega dei ticinesi, sottolineando fin da subito la portata della novità.
Il cambiamento, secondo Quadri, è tutt’altro che marginale. «La modifica è sostanziale. Oggi le indennità vengono pagate dal Paese di residenza del frontaliere (la Svizzera fornisce un contributo). Domani, invece, sarà il Paese di impiego a doversi fare carico della rendita di disoccupazione». Il nuovo sistema prevede alcune condizioni, ma per Quadri non bastano a rassicurare.
Le condizioni
Il frontaliere «dovrà aver lavorato almeno 22 settimane e il diritto alla rendita sarebbe limitato a sei mesi», osserva. Tuttavia, aggiunge subito un dubbio cruciale: «Ma secondo quali criteri avverrà questa valutazione? È palese che l’interpretazione sarà estensiva». Il timore è che, di fatto, gli ex frontalieri possano restare a lungo a carico del sistema svizzero.
Le conseguenze più pesanti, evidenzia, si faranno sentire soprattutto in Ticino. «Oggi quasi nessun frontaliere, se perde l’impiego, si iscrive agli Uffici regionali di collocamento (non ha rendite da riscuotere). Con le nuove regole, invece, si annuncerebbero tutti». Uno scenario che comporterebbe un aumento significativo della pressione amministrativa.
Da qui la previsione di un inevitabile potenziamento delle strutture pubbliche: «Di conseguenza, il Ticino dovrebbe rafforzare gli URC, assumere nuovo personale, aumentare i costi amministrativi e utilizzare risorse pubbliche per gestire una platea crescente di utenti non residenti» E affonda: «In altre parole: dovremmo potenziare gli URC affinché collochino frontalieri al posto dei ticinesi. È il colmo!»
I tempi di applicazione non sono immediati. Gli Stati membri dell’UE avranno fino a cinque anni per adeguarsi, sette nel caso del Lussemburgo. Un margine che, secondo Quadri, dovrebbe essere sfruttato dalla Svizzera per chiarire la propria posizione. «Questo lasso di tempo dovrebbe servire alla Svizzera per definire una posizione chiara e ferma», chiosa Quadri.
Quadri: «Un nodo politico»
«Berna intende davvero opporsi? Oppure assisteremo all’ennesima genuflessione, giustificata con la presunta necessità di ‘mantenere buoni rapporti’ con Bruxelles?» Una domanda che lascia trasparire scetticismo verso l’atteggiamento della Confederazione. E le rassicurazioni istituzionali non lo convincono. «Le indicazioni formali del Consiglio federale secondo cui il nuovo regime richiederà l’approvazione del Comitato misto Svizzera-UE, evidentemente, non rassicurano nessuno».
Infine, Quadri prospetta anche possibili pressioni da parte europea: «È ovvio che i burocrati di Bruxelles minacceranno la Svizzera di ritorsioni in caso di mancato adeguamento». E aggiunge un monito: «Se poi un domani dovessimo firmare l’accordo di sottomissione, le ritorsioni prenderebbero la forma di ‘misure compensatorie’. Vale a dire di multe stratosferiche, che costerebbero quanto l’applicazione del Diktat UE».
Da qui l’appello finale: «Per il Ticino, come pure per le altre regioni di frontiera, diventa cruciale esercitare pressioni sul Consiglio federale affinché la Svizzera non accetti le nuove regole sulla disoccupazione dei frontalieri stabilite dall’Unione Europea». E conclude: «Occorre cominciare subito. Il prezzo dell’inazione sarebbe molto alto».




