Petrolio in cambio di miliardi: il potere nascosto dei trader svizzeri

Le società elvetiche di materie prime offrono finanziamenti agli Stati in cambio di forniture di petrolio, assumendo un ruolo simile a quello delle banche. I paesi coinvolti e le polemiche
ZURIGO - La Svizzera è conosciuta come la patria della diplomazia, ma dietro le quinte ospita anche alcune delle aziende più influenti al mondo: i commercianti di materie prime. Con sede soprattutto a Ginevra e Zugo, gruppi come Trafigura, Glencore, Gunvor e Vitol non si limitano a comprare e vendere petrolio o metalli, ma arrivano a finanziare direttamente interi Paesi.
Miliardi di dollari in cambio di forniture di petrolio
Il meccanismo è semplice, come ricostruito da un'inchiesta della NZZ: le società concedono miliardi di dollari ai governi, che ripagano il debito negli anni con forniture di petrolio. Accordi che garantiscono liquidità immediata agli Stati, ma che, secondo gli esperti, possono creare dipendenze, favorire la corruzione e ridurre la trasparenza delle finanze pubbliche.
A riportare il tema sotto i riflettori è stato il caso del Gabon. Ad aprile Trafigura ha annunciato di aver anticipato un miliardo di dollari al Paese africano, che restituirà il prestito nell'arco di sette anni attraverso consegne di greggio. Per un Paese con un Pil di appena 21 miliardi di dollari, si tratta di una somma enorme.
«No agli accordi segreti»
«È positivo che questa operazione sia stata resa pubblica, perché casi simili raramente vengono comunicati», osserva Gilles Carbonnier, professore di economia dello sviluppo al Geneva Graduate Institute. Secondo l'esperto, la trasparenza è fondamentale: se questi accordi restano segreti, aumenta il rischio che il denaro venga utilizzato per scopi diversi da quelli dichiarati. Inoltre, condizioni contrattuali sfavorevoli possono costringere un Paese a destinare per anni gran parte della propria produzione di petrolio al rimborso del debito, limitandone lo sviluppo economico.
Negli ultimi anni questo tipo di finanziamenti è diventato sempre più frequente. Dopo la crisi finanziaria, le banche hanno ridotto i prestiti ai Paesi in via di sviluppo, mentre l'emissione di obbligazioni comporta spesso costi elevati. I trader hanno così assunto un ruolo sempre più simile a quello delle banche. Nel 2013 Trafigura aveva concesso anticipi per circa 700 milioni di dollari; a marzo 2026 il valore era salito a 4,5 miliardi.
Dal Ciad al Congo
Non sempre, però, questi accordi si sono conclusi positivamente. L'inchiesta della NZZ ricorda, tra gli altri, il caso del Ciad, finito in crisi dopo il crollo del prezzo del petrolio e costretto a rinegoziare i debiti con Glencore sotto la supervisione del Fondo monetario internazionale. Oppure quello del Congo dove prestiti per quasi due miliardi di dollari, emersi solo in un secondo momento, complicarono i rapporti con il FMI. Negli anni Dieci anche il Kurdistan iracheno ricevette miliardi di dollari in anticipi da diversi trader svizzeri, ma il successivo calo del prezzo del greggio rese necessaria una ristrutturazione del debito, con perdite che finirono per coinvolgere anche alcuni fondi pensione statunitensi.
Secondo Robert Bachmann, esperto dell'ONG Public Eye, proprio questi prestiti possono favorire pratiche corruttive. «Si tratta di somme enormi che coinvolgono società statali spesso poco trasparenti», spiega. L'organizzazione cita anche il precedente del Gabon, dove, dopo un maxi accordo con Gunvor, la magistratura svizzera ha aperto un procedimento per sospetta corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Gunvor respinge le accuse.
Public Eye: «Servono regole più severe»
Per questo Public Eye chiede regole più severe e l'obbligo di rendere pubbliche non solo le cifre anticipate, ma anche le condizioni dei contratti. Una richiesta condivisa anche da Carbonnier, secondo cui la Svizzera, uno dei principali centri mondiali del commercio di materie prime, dovrebbe assumere un ruolo più attivo nella promozione della trasparenza. La sfida, conclude, è trovare un equilibrio tra la competitività della piazza economica e la responsabilità verso Paesi che, sempre più spesso, affidano il proprio futuro a prestiti garantiti dal petrolio.



