Barista ucciso a Zurigo nel 2023: condannato 53enne schizofrenico

La sentenza tiene conto delle condizioni di salute mentale e fisica dell'imputato, che ha seguito l'intero processo dal letto d'ospedale.
ZURIGO - Il Tribunale distrettuale di Zurigo ha condannato oggi un ungherese di 53 anni a 13 anni e cinque mesi di reclusione e all'internamento per l'assassinio di un barista, avvenuto nel 2023 davanti a un malfamato bar della Langstrasse a Zurigo.
Il caso è piuttosto particolare: l'imputato, che respinge le accuse, soffre infatti di schizofrenia ed ha seguito il processo su un letto d'ospedale portato in aula, visto che ha pure un tumore ed è sottoposto a cure palliative.
«Ho dolori ogni giorno, ma mi sento pronto ad affrontare questo processo», aveva dichiarato ieri durante il dibattimento. Accanto al letto era sistemata una barella sulla quale erano riposti diversi farmaci, tra cui la morfina, mentre diversi paramedici e agenti di polizia sorvegliavano il 53enne.
Dichiarazioni confuse e deliranti
Nella struttura di cura per detenuti dove è ricoverato, l'uomo riceve ormai solo cure palliative. Dopo aver seguito una chemioterapia, si è infatti rifiutato di sottoporsi a una immunoterapia. Durante il dibattimento, l'imputato ha rilasciato numerose dichiarazioni confuse e deliranti.
Nella sua sentenza, la Corte ha seguito in gran parte la richiesta del Ministero pubblico, che aveva chiesto 16 anni di reclusione e l'internamento. Nei confronti del cittadino ungherese i giudici hanno inoltre pronunciato un divieto di soggiorno sul territorio svizzero per 12 anni.
A incastrare l'imputato sono state in particolare la localizzazione del suo cellulare e le telecamere di sorveglianza nel luogo del delitto, il "Lugano Bar", un locale della Langstrasse noto come luogo di incontro fra prostitute e clienti.
L'avvocato della difesa si era battuto per un'assoluzione. L'ungherese contestava di aver commesso il delitto e riteneva di non poter essere stato identificato in modo inequivocabile dalle telecamere di videosorveglianza
Alla ricerca di "Debora"
Secondo l'atto d'accusa, il 30 agosto 2023, in tarda mattinata, l'imputato si recò al "Lugano Bar" alla ricerca di una fantomatica "Debora" e del loro presunto figlio comune. Chiese al barista dove si trovasse la prostituta, convinto che fosse tenuta prigioniera al piano superiore.
Il dipendente gli rispose di non conoscere quella donna. L'imputato uscì quindi dal bar per recarsi nel locale adiacente e chiedere il nome del barista con cui aveva appena parlato. Tornò quindi nel "Lugano Bar" armato di un coltello e di uno spray al peperoncino, che spruzzò in faccia al barista prima di pugnalarlo sette volte alla schiena e alla spalla. La vittima morì davanti al locale a causa delle gravi ferite riportate.
La polizia arrestò l'ungherese più di due mesi dopo, a meno di 100 metri dalla scena del crimine, dopo che questi aveva temporaneamente lasciato la Svizzera per poi tornarvi. L'arma del delitto fu rinvenuta nel suo appartamento in Ungheria, insieme agli indumenti che indossava il giorno del delitto e a un'etichetta di cartoncino con la scritta «Debora, vieni, ti aiuto».
Secondo la perizia psichiatrica, l'imputato soffre di schizofrenia paranoica e di un disturbo di personalità antisociale e paranoico. Imprevedibile, aggressivo e pronto a ricorrere alla violenza, rifiuta qualsiasi diagnosi e qualsiasi trattamento farmacologico. La possibilità di curarlo è «molto bassa». Già nel 2016, una perizia aveva rilevato in lui deliri riguardanti relazioni inesistenti nella realtà.



