«Avidità ed egoismo»: Dodici anni e mezzo per la truffa milionaria

La decisione della Corte sulla frode internazionale. Espulsione dalla Svizzera comminata ai tre imputati.
LUGANO - Dodici anni e mezzo complessivi. Sono le condanne decise dalla Corte delle Assise criminali di Lugano, presieduta da Amos Pagnamenta (giudici a latere Renata Loss Campana e Luca Zorzi) nei confronti dei tre imputati finiti alla sbarra per una maxi truffa da circa 60 milioni ai danni di un imprenditore georgiano residente a Dubai. Per tutti è stata decisa l’espulsione dalla Svizzera.
La sentenza
Nello specifico, sono stati ritenuti colpevoli di truffa e, sostanzialmente, anche di falsità in documenti. Comminati cinque anni e sei mesi a un sessantenne italiano, considerato il “dominus” della frode. Quattro anni anche a un imprenditore iraniano e tre anni a un cittadino belga (un anno la parte da espiare). La Corte ha ritenuto «lineari e coerenti» le dichiarazioni della vittima: «Trovano riscontro documentale e conferme su più punti». Attraverso documenti contraffatti e false rassicurazioni l'uomo «fu mantenuto nella convinzione che il patrimonio fosse integro».
«Movente dettato da avidità ed egoismo»
Per la Corte, l'imputato italiano, definito durante il processo "il Leonardo da Vinci della falsificazione" «ha ideato l'intera operazione». Una condotta caratterizzata da una «colpa gravissima», con un movente dettato da «avidità ed egoismo». L'imputato iraniano ha svolto il ruolo di tramite, senza il quale la vittima non sarebbe stata coinvolta nell'operazione. Era inoltre consapevole della falsità dei documenti. La sua colpa è stata giudicata grave. Quanto al belga, la Corte ha escluso che fosse stato a sua volta ingannato: «Gli atti dimostrano un suo diretto coinvolgimento». Il suo contributo è consistito soprattutto nel dare forma alla struttura dell'operazione. La sua colpa è stata ritenuta grave, ma inferiore a quella degli altri due imputati, non avendo partecipato alla fase iniziale né alla predisposizione della documentazione fittizia.
«Tessuto di menzogne»
Il presidente della Corte ha sottolineato che l'astuzia, elemento costitutivo del reato di truffa, era presente in modo evidente. La vittima si è trovata di fronte a un «tessuto di menzogne», sostenuto da documenti e da un apparato formale che offrivano ogni garanzia apparente sulla regolarità dell'operazione.
L’accusa aveva chiesto 17 anni e mezzo
La procuratrice pubblica Chiara Borelli aveva chiesto una pena totale per i tre di 17 anni e mezzo (sette anni e mezzo al primo, sei anni e mezzo al secondo, tre anni e mezzo al terzo). «Si è trattata di una mascarade sofisticata, ma che per avidità e malanimo non si discosta da quelle più semplici e grossolane», costellata da «artifici, stratagemmi, operazioni mirabolanti, agganci facoltosi e nomi blasonati». Una vittima «coccolata dagli affabulatori»: tutto sarebbe stato orchestrato «da chi per mesi ha promesso efficienza, eccellenza, capacità, trasparenza e sicurezza».
La vittima? «Dipinta come un losco figuro. La sua colpa? Avere il passaporto russo»
«L’importo è talmente gigantesco che sembra quasi inesistente alle nostre latitudini - aveva dichiarato la pp - Hanno tentato per tutta l’inchiesta di annebbiare» i fatti, dipingendo la vittima «come un losco figuro» in possesso di milioni «originati da chissà quali crimini», facendo leva sul fatto che l’imprenditore georgiano fosse anche cittadino russo. Ma la vittima non ha colpe: «ha solo un secondo passaporto». Luca Marcellini, rappresentante dell’accusatore privato, si era associato alle conclusioni dell’accusa.
La difesa: «Non c’è un disegno criminale condiviso»
Le difese degli imputati avevano chiesto il proscioglimento, sottolineando come mancasse un disegno criminale condiviso. Durante il dibattimento, i tre imputati, in vario modo, pur scusandosi con l’imprenditore georgiano per i soldi persi, avevano negato i reati.
Una truffa intricata e internazionale
La vicenda si è sviluppata principalmente tra Lugano, Dubai e il Lussemburgo. Secondo la ricostruzione contenuta nell’atto d’accusa, il cittadino georgiano residente a Dubai aveva affidato il proprio patrimonio al consulente italiano attivo a Lugano, conosciuto tramite il cittadino iraniano.
I documenti generati con l’IA
Per mettere al sicuro i capitali, era stata proposta una gestione attraverso una struttura lussemburghese, con il coinvolgimento dell'imprenditore belga. Secondo l’accusa, i tre avrebbero utilizzato i fondi a proprio vantaggio, ricorrendo a documenti falsi generati con l’intelligenza artificiale per simulare il controllo sugli investimenti. Il denaro sarebbe poi stato impiegato anche in operazioni immobiliari e nel mercato delle materie prime. Le indagini hanno portato al sequestro di circa dieci milioni di franchi, mentre dei restanti 50 milioni non vi sarebbe traccia.




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