«Io che ho vissuto il buio»

Dalle relazioni tossiche al ritorno alla vita. La valmaggese Sofia Frei lancia Lightwarrior, un marchio di abbigliamento simbolo di resilienza e di rinascita.
CEVIO - «A un certo punto avevo persino smesso di sentire il dolore. Lo avevo congelato. La guarigione è iniziata quando ho capito che non potevo più continuare così». È l’incipit della storia di rinascita dell’artista valmaggese Sofia Frei. Un percorso culminato nella creazione del marchio di abbigliamento Lightwarrior.
Ogni capo porta un messaggio che mira al cambiamento del mondo circostante.
«E una parte del ricavato di ogni vendita sarà destinata a portare luce dove fatica a fluire. In realtà che ho conosciuto anche in un viaggio in Centro e Sud America tra il 2025 e il 2026».
Sei nota per la Street Art, lavoro che condividi con tua sorella Chiara (Kler), e per tante altre forme artistiche. Ora ti lanci anche nell’abbigliamento. Dietro a questo progetto c’è tanta sofferenza.
«È così. Per anni mi sono infilata in dinamiche relazionali che mi portavano ad accettare situazioni e persone con sfumature narcisistiche. Il desiderio di essere amata e accettata mi aveva portata ad allontanarmi da me stessa. Fino quasi a non riconoscermi più. Avevo perso i miei confini e avevo imparato a mettere continuamente me stessa dopo gli altri».
Lightwarrior ha come motto “Indossa la luce, ricorda chi sei”.
«Sono parole simbolo di resilienza. Il mio è stato un processo lungo, fatto di strati da togliere e di dolore da attraversare. Ho dovuto imparare a guardare le mie ombre senza averne paura, a lasciare andare ciò che non mi faceva bene e, soprattutto, a perdonare me stessa per non essermi protetta, per avere permesso che certi schemi si ripetessero e che certe persone oltrepassassero i miei confini».
Entriamo nel concreto…
«La mia prima relazione importante è stata dal 2011 al 2015. Se dovessi descriverla con una sola parola direi: dolore. Era il primo amore, qualcosa di puro e sincero. Purtroppo, la mentalità molto rigida e antica della famiglia del mio partner, legata alla storia di un altro Paese, ha finito per distruggere non solo la relazione, ma anche parte di quella purezza che avevamo dentro».
Risultato?
«Ne sono uscita con problemi digestivi e un rapporto problematico con l’alcol. C’è stato un periodo in cui anestetizzavo la mia parte troppo sensibile nell’alcol».
Poi arriva la seconda relazione importante.
«Esatto. Durata dal 2015 al 2023. Lo conobbi a Barcellona. È stata una relazione parzialmente a distanza, caratterizzata da dinamiche di manipolazione e gaslighting (tentativi di distorcere la realtà). Solo col tempo ho riconosciuto molte delle dinamiche che vivevo come forme di violenza psicologica. Quella situazione mi ha portato a dubitare tantissimo delle mie percezioni. In continuo».
Un incubo insomma.
«Alla lunga è stato devastante, avevo smesso di fidarmi di me stessa. Avevo imparato a non sentire. E a pensare che avere bisogni e provare emozioni fosse sbagliato. Quindi mi sono chiusa nel silenzio. Nel 2024 la svolta, il punto di rottura».
Parlacene.
«Sentivo la mia anima dire "basta". Qualcosa doveva cambiare. Ho dovuto ricominciare a entrare in contatto con me stessa e con i miei bisogni. Ho dovuto sentire tutto ciò che mi ero negata di sentire, perché l’unico modo di potere superare qualcosa è passarci attraverso. Sono tornata a me. E ho capito che i miei bisogni erano importanti e meritavano rispetto».
La tua è una sensibilità che arriva da lontano.
«Ho due sorelle e un fratello. Io sono la più giovane. Una delle mie sorelle, a causa di un errore medico durante il parto, ha sviluppato una disabilità manifestatasi progressivamente a partire dai tre anni. Vedere una persona che ami lottare contro il proprio corpo che lentamente la imprigiona e le toglie capacità è estremamente doloroso».
Tremendo.
«Fin da bambina ho cercato di portarle serenità. Mio fratello maggiore e l’altra mia sorella sono sempre stati personaggi più ribelli e io, essendo la più piccola e vedendo comunque i miei genitori lavorare e impegnarsi tantissimo, penso di aver inconsciamente deciso di voler essere la figlia che non dava problemi. Quella che aiuta e che cerca di semplificare la vita a tutti».
Come stai oggi?
«Sono cosciente che il lavoro su me stessa non è ancora terminato. Sto ancora lavorando sulla regolazione del mio sistema nervoso. Una volta che si elabora tutto emotivamente poi bisogna fare anche un lavoro sul proprio corpo che porta i segni di ciò che ha vissuto. Soffro ancora spesso di insonnia, stati d’allerta e ipervigilanza. Ma sono tornata al mio peso, non soffro più di ipertensione, i problemi di digestione sono migliorati. Ho ritrovato la mia leggerezza».



