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Chi ha paura del fotovoltaico? «In pochi lo sanno, ma in Ticino siamo stati dei precursori»

Proprio il nostro cantone ospiterà questa settimana gli “European & Swiss Solar Awards” e un convegno sul tema solare al Campus Supsi di Mendrisio. Ne parliamo con Pierluigi Bonomo.
Chi ha paura del fotovoltaico? «In pochi lo sanno, ma in Ticino siamo stati dei precursori»
SUPSI / Ti-Press / Benedetto Galli
Chi ha paura del fotovoltaico? «In pochi lo sanno, ma in Ticino siamo stati dei precursori»
Proprio il nostro cantone ospiterà questa settimana gli “European & Swiss Solar Awards” e un convegno sul tema solare al Campus Supsi di Mendrisio. Ne parliamo con Pierluigi Bonomo.

MANNO - La presenza ormai costante sui tetti degli edifici è in grado di generare sentimenti opposti e contrastanti: una sorta di sollievo costruttivo e una certa preoccupazione, se non proprio quasi un serpeggiante fastidio.

I pannelli solari, e la tecnologia fotovoltaica in generale, da un lato seducono per la loro capacità di generare elettricità fondamentalmente dal nulla, dall'altro possono anche insospettire o addirittura preoccupare per la loro facile associazione al rischio d'incendi.

«Effettivamente sì, una certa ambivalenza esiste. Il fotovoltaico è ormai una tecnologia matura e molto diffusa, ma continua a essere percepito da alcuni come qualcosa di “speciale”, quasi ideologico, anziché come una normale infrastruttura energetica», ci spiega Pierluigi Bonomo di SUPSI.

Proprio la SUPSI questa settimana ospiterà sia una conferenza sul tema fotovoltaico (“Solar Machines”, il 29 ottobre al Campus di Mendrisio) sia l'edizione 2026 degli “European & Swiss Solar Awards” (30 ottobre, al Lac di Lugano).

Tornando al “cortocircuito” di cui sopra, come si crea?
«Credo che una parte di questa diffidenza nasca dal fatto che lo vediamo. Una pompa di calore, una centrale elettrica o una rete sono spesso invisibili; il fotovoltaico entra invece direttamente nel paesaggio e nell’architettura. Diventa quindi anche un fatto culturale ed estetico.

Il mito principale da superare è forse proprio questo: non esiste “il pannello” come oggetto unico e inevitabile. Oggi esistono moltissime possibilità di integrazione tra funzione e forma. Il tema non è più semplicemente se usare il fotovoltaico, ma come farlo entrare bene nei luoghi e nelle città».

Il popolo svizzero boccia il Fondo per il clima, il Cantone invece “cassa” il solare dal Piano climatico cantonale. Società e politica, quindi, non sono ancora pronti?
«Sono due risultati che, comunque, leggerei con una certa cautela. Il no federale al Fondo per il clima non riguardava un giudizio sul fotovoltaico in sé.

Anche in Ticino il dibattito è acceso, ma il quadro strategico resta chiaro: nei prossimi decenni dovremo aumentare in modo importante la produzione da fonti rinnovabili, e il fotovoltaico avrà inevitabilmente un ruolo centrale.

Quindi non direi che “non siamo pronti”. Direi piuttosto che siamo dentro una transizione reale, nella quale si confrontano consenso, regole, libertà individuale, necessità energetiche e qualità del costruito. È normale che una trasformazione di questa portata produca anche discussione».

Cosa dice a chi si preoccupa degli incendi e addita questa tecnologia addirittura come «pericolosa»?
«Come ogni impianto elettrico o sistema edilizio, un impianto fotovoltaico va progettato, installato e mantenuto correttamente. Il rischio non è nullo, ma non è corretto considerare il fotovoltaico intrinsecamente pericoloso.

In Svizzera esistono prescrizioni precise in materia elettrica e di protezione antincendio, oltre a requisiti di marcatura, accessibilità e documentazione. Un impianto realizzato a regola d’arte non aumenta di per sé il rischio d’incendio dell’edificio.

Il punto vero, ancora una volta, è la qualità: progettazione, componenti certificati, posa corretta e manutenzione. È lo stesso principio che vale per qualunque altra tecnologia edilizia».

Quanto è integrato oggi il solare nell’edilizia ticinese?
«Molto più di qualche anno fa, ma c’è ancora un grande margine. A fine 2024 in Ticino risultavano oltre 15’000 impianti fotovoltaici. Questo significa che il fotovoltaico sta progressivamente diventando una componente ordinaria del patrimonio costruito.

La sfida ora è fare un passo ulteriore: utilizzare meglio tetti, facciate, pensiline, parcheggi e infrastrutture già costruite, trasformando superfici esistenti in superfici energeticamente attive.

È qui che vedo il potenziale maggiore: produrre energia senza consumare nuovo suolo, utilizzando meglio ciò che abbiamo già costruito, possibilmente preservando - e quando possibile migliorando - la qualità dei luoghi, dell’architettura e delle città».

E dal punto di vista dell’architettura? Funzionalità ed estetica possono convivere?
«Assolutamente sì, e direi che questa è la vera frontiera. Per molto tempo il fotovoltaico è stato trattato come un impianto da aggiungere a un edificio già progettato. Oggi può invece diventare materiale, facciata, copertura, filtro solare, elemento mobile, superficie semi-trasparente o trattata.

Con “The Solar Machines” proviamo anche a mostrare che questa idea non nasce oggi. Da oltre un secolo una parte importante della cultura architettonica ci ricorda che tecnica e architettura non sono due problemi separati: possono - e a mio avviso dovrebbero - appartenere allo stesso ragionamento progettuale.

È una distinzione che emerge soprattutto quando guardiamo all’architettura in modo troppo settoriale, accademico o tecnocratico; nella realtà costruita, struttura, clima, materia, energia, uso e forma agiscono insieme.

Per questo non credo che il fotovoltaico debba necessariamente “sparire”. In alcuni progetti può essere quasi invisibile; in altri può diventare un segno forte e dichiarato. La qualità sta nella scelta e nella coerenza con l’architettura.

È una delle domande centrali del convegno: quanto la tecnologia debba mostrarsi, adattarsi o quasi scomparire, e in che modo possa diventare parte autentica dell’architettura».

In Ticino ci sono degli esempi virtuosi?
«Il Ticino ha una storia sorprendentemente ricca su questo tema. Già nei primi anni Ottanta è stato un piccolo laboratorio solare: dalla casa sperimentale di Giovanni Lombardi a Minusio al sistema TISO di Trevano, installato nel 1982 e ancora oggi oggetto di ricerca.

È una traiettoria che a SUPSI continuiamo da oltre vent’anni con il nostro team, lavorando proprio sul passaggio dal fotovoltaico come componente tecnica al BIPV, il fotovoltaico integrato nell’architettura: ricerca, materiali, test, formazione e supporto al progetto. Con solarchitecture.ch abbiamo cercato negli anni di allargare ulteriormente questa prospettiva, mettendo in dialogo ricerca, cultura architettonica, industria e professione.

Per questo è particolarmente significativo che il Ticino ospiti quest’anno il Premio Solare Svizzero, nato ormai oltre tre decenni fa, insieme al Norman Foster Solar Award. Avere qui questi riconoscimenti, in dialogo con The Solar Machines, è per noi un grande piacere ma anche un segno di continuità: il solare non è soltanto una tecnologia per produrre chilowattora. Può diventare cultura del progetto, materia e, alla fine, buona architettura».

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