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Il Gran Consiglio boccia la settimana lavorativa di 32 ore

Respinta la mozione che chiedeva di dare il via a una sperimentazione tra i dipendenti cantonali, Vitta: «Non stiamo però chiudendo completamente la porta»
Il Gran Consiglio boccia la settimana lavorativa di 32 ore
Ti-Press / Mirko Aquilino
Fonte red
Il Gran Consiglio boccia la settimana lavorativa di 32 ore
Respinta la mozione che chiedeva di dare il via a una sperimentazione tra i dipendenti cantonali, Vitta: «Non stiamo però chiudendo completamente la porta»

BELLINZONA - Il Gran Consiglio ha respinto la mozione che chiedeva di sperimentare una settimana lavorativa di 32 ore a salario invariato. La proposta, presentata nel 2022 da Fabrizio Sirica, Marco Noi e cofirmatari, puntava a verificare gli effetti di una riduzione dell'orario sulla salute dei dipendenti, sulla produttività e sulla conciliabilità tra vita professionale e privata.

Il Parlamento ha quindi accolto le conclusioni del rapporto della maggioranza della Commissione economia e lavoro - con 52 voti favorevoli, 27 contrari e 2 astenuti - che chiedeva di respingere le mozioni.

La proposta: lavorare meno, guadagnando lo stesso
La mozione prevedeva una sperimentazione all'interno dell'amministrazione cantonale. L'obiettivo non era introdurre immediatamente le 32 ore per tutti, ma raccogliere dati concreti sulle conseguenze della riduzione dell'orario.

Lo studio avrebbe dovuto misurare gli effetti sul benessere psicofisico dei lavoratori, sulla produttività, sulla distribuzione del lavoro domestico e di cura e, dove possibile, sull'impatto ambientale. I promotori chiedevano inoltre uno specifico credito per incentivare la partecipazione di aziende private.

Durante il dibattito, il direttore del Dipartimento delle finanze e dell'economia (DFE) Christian Vitta ha ribadito la contrarietà del Consiglio di Stato alla mozione, invitando il Gran Consiglio ad accogliere il rapporto di maggioranza e a respingerla. Ha però precisato che questo «non significa chiudere la porta al tema della riduzione dell’orario di lavoro», che continuerà a interessare la società nei prossimi anni. Il Cantone si è dunque detto disposto a valutare eventuali progetti sperimentali insieme ad altri Cantoni, alla Confederazione e ai Comuni, purché non comportino costi supplementari per lo Stato.

Vitta ha inoltre messo in guardia da una possibile lettura della riduzione dell’orario come strumento per risparmiare sul personale pubblico: «Più produttività, stesso lavoro in meno tempo» potrebbe tradursi anche in una riduzione della remunerazione e, di fatto, in un risparmio per lo Stato. «L’obiettivo, ha concluso, resta un’organizzazione del lavoro attenta alle persone, ma sostenibile per le imprese e per le finanze pubbliche».

La maggioranza: «No» alla sperimentazione
La maggioranza della Commissione economia e lavoro aveva invece invitato il Parlamento a respingere integralmente la mozione. Pur riconoscendo l'importanza di migliorare le condizioni lavorative, la maggioranza riteneva infatti che una sperimentazione pubblica delle 32 ore a salario invariato presentasse troppe incognite sul piano economico e organizzativo.

Tra le principali preoccupazioni figuravano i possibili costi aggiuntivi per lo Stato, la necessità di assumere personale per compensare le ore non lavorate e il rischio di compromettere la continuità dei servizi pubblici. Veniva inoltre sottolineata la difficoltà di applicare lo stesso modello a professioni e settori molto diversi. «Meno ideologia sugli orari, più attenzione alla qualità del lavoro. Meno ricette uguali per tutti, più responsabilità, capacità di gestione e soprattutto buon senso», ha detto Patrick Rusconi, relatore di maggioranza.

La minoranza: prima uno studio scientifico
Una posizione diversa era stata espressa dalla minoranza commissionale, con un rapporto firmato da Amalia Mirante e sottoscritto anche da Berardi, Lepori, Noi e Sirica.

La minoranza non proponeva di accogliere integralmente la mozione, ma di approvarla parzialmente, limitatamente alla richiesta di approfondire scientificamente gli effetti della riduzione dell'orario di lavoro. «Non so se le 32 ore siano una risposta adeguata e non credo che oggi nessuno qui dentro abbia dati sufficienti per sostenerlo - ha detto Mirante -. Ma credo che sarebbe sbagliato rinunciare a studiare una possibilità che potrebbe avere conseguenze importanti per il nostro mercato del lavoro». «Non dobbiamo dimostrare che lavorare meno sia meglio. Dobbiamo capire se sia possibile lavorare meglio, anche lavorando di meno».

La proposta era quella di incaricare il Consiglio di Stato di valutare, insieme a USI, SUPSI o altre istituzioni scientifiche, la fattibilità di uno studio indipendente. Una ricerca che avrebbe potuto coinvolgere anche altri Cantoni, Comuni, enti pubblici e imprese private, cercando forme di cofinanziamento.

Il rapporto sottolineava che non sarebbe stato necessario partire obbligatoriamente dalle 32 ore: i ricercatori avrebbero potuto valutare anche settimane di 36 o 38 ore, oppure confrontare diversi modelli.

Secondo la minoranza, gli studi internazionali mostrano benefici relativamente coerenti per stress, sonno e conciliabilità, mentre gli effetti su produttività, occupazione e costi rimangono incerti. Proprio per questo sarebbe stato utile approfondire la questione, senza dare per scontato né il successo né il fallimento di una settimana lavorativa più corta.

La posizione del Governo
Già nel maggio 2024 il Consiglio di Stato aveva proposto di non accogliere la mozione nella forma presentata. L'Esecutivo aveva evidenziato in particolare il rischio di disparità di trattamento tra i dipendenti coinvolti nella sperimentazione e quelli esclusi, oltre alle possibili conseguenze finanziarie e organizzative.

Il Governo non aveva tuttavia chiuso completamente la porta. Si era dichiarato disponibile a valutare progetti sperimentali sviluppati insieme alla Confederazione, ad altri Cantoni o ai Comuni. Per il settore privato aveva inoltre ricordato l'esistenza di strumenti cantonali già utilizzabili, a determinate condizioni, per sostenere l'elaborazione e il monitoraggio di progetti innovativi, senza costi supplementari per lo Stato.

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