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Don Mino, 90 candeline e una confessione

«A tanti devo chiedere scusa»: nel giorno del suo compleanno, monsignor Grampa si racconta senza filtri, tra confessioni e stoccate.
Don Mino, 90 candeline e una confessione
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Don Mino, 90 candeline e una confessione
«A tanti devo chiedere scusa»: nel giorno del suo compleanno, monsignor Grampa si racconta senza filtri, tra confessioni e stoccate.

CASTEL SAN PIETRO - Ma don Mino è nato il 28 o il 29 ottobre? Su Wikipedia la data di nascita indicata è il 29 ottobre 1936. Lui, però, spiega che il compleanno lo festeggia solo in uno dei due giorni perché «l'importante è che sono nato». È così, con un pizzico di ironia, che monsignor Pier Giacomo Grampa si prepara a spegnere oggi 90 candeline.

Classe 1936, 67 anni di sacerdozio, oltre 50 di insegnamento e un decennio trascorso da guida della Diocesi di Lugano, il vescovo emerito vive nel collegio di Loverciano, nel verde di Villa Turconi a Castel San Pietro, dove, con un pranzo tra pochi confratelli e una messa insieme ai ragazzi della scuola, si prepara a tagliare questo nuovo traguardo.

Monsignore, prima di tutto una curiosità: lei festeggia il compleanno il 28 ottobre, ma su Wikipedia compare il 29. Qual è la data giusta?
«C'è una discordia tra la Chiesa e il Comune. Se chiedo un documento alla Chiesa, segnano il 28 ottobre. Se lo chiedo al Comune, segnano il 29. Questa discrepanza, soprattutto per i documenti civili, qualche volta mi ha creato qualche difficoltà. Mi ricordo che per un biglietto aereo sul quale c'era il 28, mentre sul passaporto c'era il 29, mi hanno fatto storie. Io festeggio il 28, l'importante è che sono nato».

Come trascorrerà la giornata del suo 90esimo compleanno?
«Niente di speciale. Ho invitato quattro o cinque confratelli per fare un pranzo non solitario, almeno quel giorno. Poi celebrerò una messa la sera, perché voglio dare ai ragazzi della scuola la possibilità di partecipare».

Una festa raccolta, dunque, a Loverciano.
«Sì, ormai la famiglia praticamente non c'è più. Mio fratello è impegnato a Milano perché proprio il 28 ha l'arcivescovo che va a dire messa per inaugurare l'anno dell'università della terza età, di cui è rettore. Quindi non viene neanche lui. Ho invitato qualche confratello per non essere solo a far festa».

Che anno è stato quello dei suoi 89 anni? Come lo ha vissuto?
«C'è questo disagio: Roma non si decide a nominare un vescovo a Lugano. Per quanto bene possa fare l'Amministratore apostolico, non è il vescovo di Lugano. È vescovo di Torre di Mauritania (perché i vescovi ausiliari hanno un titolo anche loro di una diocesi storica, non più attiva). Questo fa specie, ti fa domandare: ma perché? Cosa abbiamo fatto? Chi ha sbagliato?».

È quindi una situazione che continua a pesarle?
«Certo, perché l'Amministratore apostolico non ha i poteri pieni. Ad esempio, non può avere il consiglio presbiterale, il consiglio dei preti, non può avere il consiglio pastorale, quello dei preti e dei laici: manca di alcuni elementi e questo rende la vita meno facile. C'è il disagio di non avere un vescovo di Lugano e di non capire perché: credo che adesso Roma non sappia bene come venirne fuori».

Lei ha dedicato gran parte della sua vita all'insegnamento, anche come docente e rettore del Collegio Papio di Ascona. Continua a essere molto attivo: entra ancora in classe?
«Faccio ancora attività di insegnamento, perché mi presto a preparare al battesimo, alla cresima e al matrimonio fedeli che, con l'autorizzazione del loro parroco, per ragioni particolari vengono a fare la preparazione catechistica da me. Ho avuto, per esempio, una donna di 75 anni che per ragioni varie non aveva ancora ricevuto il sacramento. Ho avuto diverse coppie che sono venute a prepararsi al matrimonio».

E continua a seguire anche i ragazzi della scuola di Loverciano.
«Con loro ho un bel rapporto. Sono ragazzi diversamente abili. Ne ho preparati diversi al battesimo e alla cresima. Quindi continuo a fare catechesi privata, personale. Non più in cattedra, però».

Guardando ai giovani e agli episodi di violenza durante le manifestazioni, come quelli avvenuti a Milano, che idea si è fatto?
«Seguo molto anche la televisione italiana, perché ne ho il tempo. Seguo la parte pubblica, politica e sociale. Si resta disorientati di fronte a questi sbandamenti. Le cause sono delicate da ritrovare e da denunciare. Sono legate anche agli indirizzi politici dei governanti e dei politici maggioritari. La colpa non è sempre e solo degli altri. Ma è un discorso delicato».

Torniamo alla sua vita. Lei è sempre stato un uomo molto attivo. Come vive oggi la pensione e il fatto di non poter più fare tutto quello che faceva prima?
«Il cardinal Martini diceva che nella nostra vita ci sono quattro stagioni. La prima è quella dell'apprendimento. Io l'ho vissuta fino a 25 anni, quando mi sono laureato in teologia all'Università di Innsbruck. La seconda è quella dell'insegnamento, che arriva fino ai 75 anni, quando un religioso deve presentare le dimissioni. Io le ho presentate. Ho vissuto molto intensamente questa parte della vita, nella scuola, nelle parrocchie, nel girare».

Quali ricordi conserva di quella stagione, che l'ha vista anche alla guida della Diocesi di Lugano dal 2003 al 2013?
«Da vescovo ho visitato tutte le parrocchie, ho fatto la visita pastorale. Ho vissuto tutto molto intensamente, con belle pagine che mi ricordo. Come quando sono andato un giorno di Pasqua dai ferrovieri a Bellinzona, che erano in sciopero. Dissi loro: se vogliamo fare un accordo non bisogna tenere la mano chiusa a pugno. Stendete la mano, incontratevi, cercate di ragionare, di risolvere con il colloquio i problemi che vi stanno a cuore».

E poi arriva la terza stagione.
«Sì, quella che Martini chiama la stagione del bosco. Ci si ritira nel silenzio, nella riflessione, nella meditazione, nella preghiera. Noi abbiamo queste possibilità, non ci annoiamo neanche nella terza età».

E adesso?
«Sto entrando nella quarta. È la stagione nella quale si comincia a dipendere dagli altri. Tra qualche anno mi toglieranno la patente, quindi non avrò più modo di muovermi. Già adesso ho bisogno del bastone per fare le scale. Martini la chiamava la stagione della mendicità, dell'elemosina. Bisogna chiedere agli altri che ti aiutino. Io ho delle suore graziose e gentili che si prendono cura di me».

È difficile accettare di dover dipendere dagli altri?
«Devo accettarlo. La mendicità vuol dire soprattutto che non ce la fai più da solo. Ma per me è stata più pesante la terza stagione, quella del ritiro nel bosco. C'è una pagina del Vangelo che dice: quando avete fatto tutto quello che dovevate, dite: siamo servi inutili. Ecco, questa cosa mi pesa un po'. Io che sono stato un uomo del fare, adesso non ho più la possibilità di fare molto. E va bene così».

Guardando indietro, dopo novant'anni di vita e 67 di sacerdozio, sente di dover chiedere scusa a qualcuno?
«A tanti devo chiedere scusa. Ma chi non ha sbagliato qualche volta con qualcuno? Perché è stato passivo, perché è stato troppo reattivo, perché non ha capito subito un problema. A tutti quelli che ho incontrato chiedo perdono per i miei limiti caratteriali. Non ho vergogna di dover chiedere perdono. Saremo perfetti in paradiso».

C'è una persona in particolare o un familiare alla quale vorrebbe chiedere perdono?
«No, con i familiari ho sempre avuto un rapporto di grande cortesia, riconoscenza e gratitudine. Sono venuto a stare nel Mendrisiotto per essere più vicino ai familiari, che anche loro hanno un'età avanzata, e poterli visitare più spesso. Intendo chiedere scusa a tutti, ma non porto rancore per nessuno».

E c'è qualcuno dal quale si aspetta delle scuse che non sono mai arrivate?
«Ma per l'amore! Neanche a parlarne. Le scuse, se non sono libere, sentite e volontarie, non valgono niente. Quindi non mi aspetto niente. Mi aspetto che mi perdoni il Padre Eterno, che mi perdoni Gesù Cristo. Che mi prenda lo Spirito Santo, trasformandomi nella vita eterna».

Un'ultima domanda. Che consiglio darebbe a chi, dopo una vita di lavoro o una carriera sportiva, si ritrova improvvisamente in pensione e fatica a sentirsi ancora utile?
«Di essere intelligente e capire che la vita ha quattro stagioni. Quella dell'apprendimento, quella del dare, dell'insegnamento, del fare sport, del produrre, del guadagnare. Poi quella del ritirarsi nel bosco. Fa parte della vita. Se uno è intelligente e se le stagioni sono quattro, allora le accetta e cerca di adeguarsi a ogni stagione».

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