Indennità nei CdA: uno sdegno tardivo

Giuseppe Cotti, Deputato in Gran Consiglio per il Centro.
In questi giorni si parla molto delle indennità percepite dai membri dei Consigli di amministrazione delle società partecipate, in particolare a Lugano. Le cifre fanno discutere, le prese di posizione si moltiplicano e, improvvisamente, tutti sembrano avere scoperto l’esistenza di un problema. Peccato però che il problema sia conosciuto da anni – e che da anni, altrove, sia stato risolto.
A Locarno, già sedici anni fa (!), la Commissione della gestione aveva affrontato in modo organico la questione dei rapporti tra Comune ed enti partecipati. Parliamo di un’epoca che, secondo i parametri della governance pubblica, corrisponde quasi alla preistoria.
Il rapporto del 25 ottobre 2010 – di cui io stesso fui relatore insieme all’allora collega Consigliera comunale Lorenza Pedrazzini – non si limitava infatti agli emolumenti, ma affrontava più in generale temi come nomine, competenze, obblighi di informazione, trasparenza, conflitti d’interesse e rapporti tra rappresentanti, Municipio ed enti partecipati. Non era quindi una norma isolata, ma il tentativo di costruire un sistema di governance.
Proprio per questo, ha particolare importanza l’art. 115g del Regolamento comunale di Locarno. Il principio è chiarissimo: il Comune incassa le indennità riconosciute da enti e società partecipate ai rappresentanti del Comune nei consigli direttivi e nei Consigli di amministrazione. Al rappresentante restano, invece, i gettoni di presenza e le indennità di trasferta: in aggiunta, il Comune riconosce un compenso per il lavoro svolto, tenendo conto dell’impegno richiesto dal mandato, secondo una tariffacompresa tra CHF 50 e CHF 500 per seduta.
Un sistema costruito, insomma, non certo seguendo la sbrigativa filosofia per cui «il politico deve lavorare gratis». L’approccio era molto più serio e seguiva l’idea che chi assume responsabilità debba essere remunerato adeguatamente – ma che il compenso non può avvenire in una zona grigia separata dal mandato pubblico che ne è all’origine.
A leggerle oggi, con quello che sta succedendo a Lugano, queste sembrano quasi considerazioni rivoluzionarie. Eppure, tutto è scritto nero su bianco da ben sedici anni.
C’è poi una domanda che, nel dibattito in corso, mi pare curiosamente assente. Quando un rappresentante politico incassa personalmente determinate indennità, quanto ne riversa eventualmente al proprio partito? Con quali regole? E con quale trasparenza?
Se vogliamo aprire una discussione reale sugli emolumenti, forse vale la pena che sia integrale.
Altrimenti, il rischio è (ancora una volta...) di scegliere solo la forma più conveniente di indignazione.
È naturale che sedere in un Consiglio di amministrazione comporti delle grandi responsabilità, che nessuno dovrebbe banalizzare. Ma questo argomento, che è solido, non chiude affatto la discussione: perché le responsabilità possono essere tutelate anche con strumenti assicurativi specifici. Ed è quanto la Città di Locarno ha fatto, dopo il 2010, per i suoi rappresentanti negli enti esterni.
Non sto sostenendo che Locarno abbia trovato sedici anni fa la formula perfetta. Sarebbe una conclusione eccessiva.
Il punto è molto più semplice: il problema era già noto, fu discusso e vennero introdotte delle regole. Per questo, alcuni degli strepiti che oggi si levano attorno al Lago Ceresio arrivano quantomeno tardi.
Indignarsi quando esplode un «caso» è facile. Regolamentare in anticipo, quando non piovono titoli di giornale, è ben altra cosa.



