I Sette della vergogna

Due anni dopo i fatti, una studentessa della Cornell University accusa sette colleghi di averla drogata e violentata per ore. Il caso era stato trattato internamente senza conseguenze penali. Finché il giornale studentesco non ha svelato i loro nomi.
Nei giorni successivi a una festa della confraternita Chi Phi della Cornell University, nell'ottobre 2024, la studentessa poi identificata come "Jane Doe" non parlò inizialmente di stupro. Raccontò alle coinquiline di avere assunto ketamina e avuto rapporti con diversi uomini, si preoccupò delle voci che circolavano sul campus e scambiò messaggi amichevoli con alcuni degli studenti che in seguito avrebbe accusato di violenza sessuale. Nel giro di circa due settimane, però, la sua lettura di quella notte cambiò: «Sono stata aggredita». Per quasi due anni il caso era rimasto chiuso: nessun arresto, nessuna accusa penale, sanzioni disciplinari decise a porte chiuse.
Poi, il 16 settembre 2026, Jane Doe, ha depositato una causa civile di 101 pagine contro l'ateneo di Ithaca, la confraternita Chi Phi e sette suoi ex-membri. In due settimane i «Cornell Seven» sono diventati un caso nazionale: la procura ha riaperto l'inchiesta, la governatrice Kathy Hochul è intervenuta di persona e l'università ha accettato un'indagine indipendente.
Una serata di sballo che diventa un incubo
Secondo la causa, la sera del 19 ottobre 2024 la giovane, ventenne e al secondo anno, aveva bevuto con le compagne della sua confraternita femminile in due bar di Ithaca: una decina di birre entro le 23:00, benché al primo locale le avessero segnato una X sulle mani perché non aveva ancora 21 anni, l'età minima per l'alcol negli Stati Uniti. Poi, «barcollando da sola», aveva raggiunto la casa della Chi Phi per vedere un amico. Lì due membri l'avrebbero spinta a sniffare ketamina prima di aggredirla (CBS News).
Poco prima delle due di notte, nella chat Snapchat «Chi Phi Actives», uno dei partecipanti avvisò gli altri, in termini volgari, della possibilità di un rapporto «gratuito» con lei. A chi chiedeva se «il negozio» fosse «ancora aperto», fu risposto di sì. Secondo l'accusa arrivarono altri uomini e lei fu violentata per ore, troppo ubriaca per poter dare alcun consenso.
Il New York Times ha ottenuto centinaia di pagine dell'indagine disciplinare condotta dalla stessa Cornell, la procedura Title IX che gli atenei americani devono svolgere in caso di accuse di violenza sessuale. Ne emerge una ragazza che, prima di definirsi vittima, si confronta con la vergogna e la paura per la propria reputazione.
Imago/Glasshouseimages«Hanno violentato in gruppo una studentessa del secondo anno»
Il 20 ottobre rientra a casa in tarda mattinata e racconta alle coinquiline di aver preso ketamina e avuto rapporti con più uomini, senza parlare di stupro. Sembrava «in stato di shock», diranno. Il giorno dopo uno degli accusati le scrive per scusarsi: lui e un altro membro erano troppo alterati per «fermare tutto prima che sfuggisse di mano».
Lei lo rassicura: «Niente della parte sessuale era illegale», e propone di rivedersi, ma senza «gli altri cinque miliardi di uomini e la ketamina». Il 22 va da un medico per un'infezione contratta, dice «in modo traumatico». Il 23 scrive a un altro accusato: «Lo sanno tutti», la vicenda le sta «rovinando la vita», passa le giornate «a dormire e piangere». A una coinquilina chiede di negare tutto.
La svolta arriva da un forum online, dove un utente scrive che, alla Chi Phi, «hanno violentato in gruppo una studentessa del secondo anno». È la prima volta, dirà lei, che qualcuno non la descrive come «una zoccola», ma come una persona aggredita. Verso il 28 ottobre, al telefono con uno degli accusati, chiede: «Come hai potuto lasciare che succedesse?».
Imago/DepositphotosDue espulsioni, ma nessun arresto
Una coinquilina, che riferisce di una violenza già subita in passato dalla ragazza, spiega agli investigatori che lei «avrebbe voluto che fosse stato consensuale». Esclusa dalla festa di Halloween della confraternita «per il suo bene», scrive: «La donna ha sempre la peggio. Vi state solo coprendo».
Il 3 novembre: «Il 90% di ciò che è successo quella notte non era consensuale. Mi è stata data più ketamina di quanta ne ricordi, e so di averti detto che mi sentivo a disagio e che non conoscevo nessuno nella stanza». Il 7 novembre chiede al pronto soccorso un kit per la raccolta di prove.
L'8 novembre 2024 la studentessa si rivolge alla polizia del campus. Cornell parla di accuse «gravi e profondamente inquietanti», sospende la sezione della Chi Phi e diversi studenti e avvia la procedura Title IX; tre giorni dopo la confraternita vota all'unanimità l'espulsione degli accusati.
Dopo almeno dodici udienze, secondo l'avvocato della ragazza, Thomas Giuffra, solo due dei sette vengono espulsi; agli altri toccano sospensioni, workshop o un tema scritto. «Nessuno è stato arrestato. Nessuno», dice alla CBS. La procura della contea di Tompkins ritiene le prove insufficienti.
Jane Doe lascia l'università.
Imago/DreamstimeIl giornale studentesco fa i nomi de i “Sette”
È stato proprio il dettaglio dei temi, emerso con la causa civile, a far esplodere l'indignazione. Pochi giorni dopo la redazione del Cornell Daily Sun, il giornale studentesco dell'ateneo, ha pubblicato i nomi dei sette convenuti in un editoriale intitolato «Cornell Won't, We Will» («Cornell non lo fa, lo facciamo noi»), alimentando la protesta sui social.
Da lì il caso è diventato virale. Florence Pugh ha parlato su Instagram di «un atto orribile», accusando poi la piattaforma di aver limitato il suo post; Mariska Hargitay ha accusato Cornell di non aver protetto i suoi studenti; Josh Gad ha parlato di «distruzione di una vita», mentre Hudson Williams ha pubblicato le foto dei sette, chiedendone l'espulsione.
Secondo la CNN, il caso ha riportato al centro del dibattito le violenze nei campus. C'è anche chi va oltre: l'ex sceneggiatore della serie animata “South Park” Toby Morton ha lanciato un sito con dettagli personali sugli accusati e sui dipendenti dell'ateneo.
Cornell, che invoca la legge federale sulla privacy, sostiene di aver agito «nel rispetto delle norme», con sanzioni che includono «espulsioni e sospensioni», e che a nessuno è stato concesso un tema «come unica conseguenza».
I legali di almeno tre accusati respingono ogni addebito penale; uno definisce le accuse «egoisticamente false». Un altro ammette invece di aver inviato «sconsideratamente» uno dei messaggi Snapchat, ma nega di aver partecipato ad atti sessuali o al consumo di droga (ABC News).
Imago/Pond5Si torna in aula, fra versioni contrastanti
Lunedì 28 settembre il procuratore Matthew Van Houten ha annunciato che il caso sarà sottoposto a un grand jury, l'organo che valuta le prove e decide se incriminare. Ma ha preso le distanze dalla causa: nella dichiarazione giurata del novembre 2024, sostiene, Jane Doe descriveva droga e atti sessuali come «volontari, coscienti e consensuali».
Gli atti raccontano altro. Nella trascrizione degli interrogatori con la polizia, ottenuta da CBS, la ragazza dice del primo rapporto: «Tutto sommato, mi andava bene». Ma di ciò che seguì: «Posso dire con assoluta certezza di essere stata stuprata».
In un verbale citato da ABC aggiunge: «Ero così ubriaca da non riuscire a prendere alcuna decisione. Per me era coercizione». Anche NPR ha notato, nella dichiarazione diffusa dal procuratore, «diversi» passaggi in cui lei nega il consenso. Van Houten ha ammesso di non aver mai visto quella trascrizione.
Mercoledì 30 settembre Hochul ha annunciato di aver ottenuto dalla presidenza di Cornell un'indagine indipendente: «Questa cultura deve finire». L'ateneo definisce i fatti del 2024 «ripugnanti allora come oggi». La procuratrice generale dello Stato, Letitia James, sta esaminando la gestione dell'università; il sindaco di Ithaca chiede una moratoria sugli eventi studenteschi; intanto la parlamentare democratica Alexandria Ocasio-Cortez parla di «cultura dello stupro».
Van Houten, al New York Times, vuole sentire Jane Doe su «nuove prove»: «Lei crede che siano stati commessi dei reati, e vogliamo andare fino in fondo».
Imago/DepositphotosIl paradosso dell'intossicazione volontaria
Il caso ha riacceso le critiche a una lacuna della legge dello Stato di New York, la «voluntary intoxication loophole»: ovvero, se la presunta vittima ha assunto volontariamente alcol o droghe, un'accusa di stupro per incapacità è difficile da sostenere.
I parlamentari statali Jeffrey Dinowitz e Nathalia Fernandez propongono di consentire la condanna quando l'accusato «avrebbe ragionevolmente dovuto sapere» che la persona non poteva acconsentire.
Per il New York Times il caso è diventato un referendum su questioni mai risolte nei campus: chi viene creduto e chi protetto, quanto possa fare il Title IX, se qualcosa sia cambiato. Sullo sfondo, la difficoltà di definire il consenso quando alcol e droghe annebbiano la memoria di tutti, e il tempo che una vittima può impiegare per riconoscersi come tale.
«La violenza di genere è un problema globale, e i campus non ne sono immuni», ricorda Trae Banuelos-Rovaris dell'Alliance Against Sexual Violence.
Ora la parola passa al gran giurì. Gli accusati sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva.
Appendice 1
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