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FABIO MONTI

L’ansia da prestazione dell’UDC

Fabio Monti, presidente PLR distretto di Lugano
L’ansia da prestazione dell’UDC
TiPress
Fonte FABIO MONTI
L’ansia da prestazione dell’UDC
Fabio Monti, presidente PLR distretto di Lugano

C’è una forma curiosa di ansia, in politica: quella di dover spiegare continuamente non soltanto chi si è, ma soprattutto chi non sono gli altri.

Nel rapporto tra UDC e PLR ticinesi, negli ultimi tempi, se ne intravede qualche traccia.

Prendiamo il Piano energetico e climatico. Il PLR contribuisce a ridimensionarlo, facendo cadere alcuni degli obblighi più discussi sul fotovoltaico, e infine lo approva. L’UDC sceglie invece il no.

Due strategie diverse. Nulla di scandaloso.

Poi arriva il comunicato: «PLR e Centro scelgono il fronte rosso-verde».

Curioso. Perché pochi mesi prima, sulla neutralizzazione delle stime immobiliari, la stessa UDC celebrava il successo del «fronte borghese – UDC, Lega, PLR e Centro».

La bussola sembra dunque avere una regola semplice: il PLR è borghese quando vota con l’UDC e diventa rosso-verde quando non lo fa.

Forse, però, il PECC è soltanto il pretesto. La vera questione è lo spazio politico.

A giugno l’UDC annunciava una lista propria per il Consiglio di Stato dopo il mancato accordo con la Lega. A settembre ha approvato il progetto di una «casa comune» del centrodestra. La Lega ha aperto alla discussione. Fusione, alleanza o qualcosa di diverso: il finale è ancora da scrivere.

Ma quando due case pensano di unirsi, prima o poi devono decidere dove passa il confine con il vicino.

E quel vicino si chiama PLR.

È legittimo. Se Lega e UDC vogliono costruire un nuovo spazio comune, dovranno spiegare perché la loro proposta sia diversa da quella liberale radicale.

Il rischio nasce quando un’identità comincia a definirsi meno per ciò che propone e più per la distanza che prende dagli altri.

Forse è questa l’ansia da prestazione politica: il bisogno di dimostrare continuamente di essere i più autentici del proprio campo.

Il PECC, in fondo, racconta due modi diversi di intendere la politica. L’UDC ha scelto di respingerlo. Il PLR di modificarlo e poi approvarlo. Si può preferire l’una o l’altra strada. Ma prima delle etichette resta una domanda molto concreta:

che cosa hai cambiato?

Perché la politica non è un concorso di purezza. Avere ragione da soli può dare soddisfazione; trasformare un’idea in una decisione richiede invece di convincere anche qualcuno che la pensa diversamente.

È il mestiere del Parlamento.

Se bastasse guardare chi vota con chi per stabilire l’identità di un partito, in Gran Consiglio avremmo deputati che cambiano ideologia diverse volte nella stessa seduta.

La possibile «casa comune» Lega-UDC avrà quindi davanti una sfida più interessante che misurare la distanza dal PLR: spiegare quale Ticino vuole costruire. Sul lavoro, sul fisco, sull’energia, sui rapporti con Berna, sul ruolo dello Stato e sulla responsabilità individuale.

È lì che dovrebbe svolgersi la competizione.

Perché una casa politica solida non ha bisogno di spegnere la luce del vicino per sembrare più luminosa.

Deve avere qualcosa da mostrare quando apre la porta.

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