Quote rosa nello sport: finalmente il buonsenso batte l’ideologia

Lara Filippini, deputata UDC in Gran Consiglio
Ho accolto con soddisfazione la decisione presa oggi dal Consiglio nazionale di approvare, con 109 voti contro 81, la mozione che chiede di eliminare la quota di genere imposta agli organi dirigenti delle federazioni sportive che beneficiano di contributi federali. Ora la questione passerà al Consiglio degli Stati e spero sinceramente che anche la Camera dei Cantoni scelga di correggere quella che considero una delle eredità meno felici lasciate da Viola Amherd alla guida del Dipartimento della difesa e dello sport.
Non ho mai condiviso questa impostazione, non perché ritenga poco importante favorire una maggiore presenza femminile nello sport e nei suoi organi dirigenti, ma perché penso che si sia partiti da un principio condivisibile per arrivare a una soluzione sbagliata e, soprattutto, poco aderente alla realtà.
Chi conosce il mondo delle associazioni sportive sa benissimo quanto sia difficile trovare persone disposte a mettersi a disposizione. Parliamo spesso di volontariato, di persone che dedicano serate, fine settimana e anni della propria vita a una società o a una federazione senza avere certamente la fila di candidati pronti a sostituirle. In moltissime realtà il problema non è decidere se scegliere un uomo oppure una donna: il problema è trovare qualcuno disposto ad assumersi una responsabilità e a portarla avanti con continuità!
Per questo ho sempre trovato miope pensare di affrontare la questione attraverso una percentuale stabilita dall’alto. Le discipline sportive sono diverse tra loro, così come sono diverse le associazioni, la loro storia, le loro dimensioni e persino la composizione dei loro membri. Nel dibattito a livello federale è stato citato, ad esempio, il caso dell’Aero-Club svizzero, dove le donne rappresentano appena il 3,8% degli affiliati. È evidente che applicare lo stesso ragionamento a realtà completamente differenti rischia di creare più problemi di quanti ne risolva.
E questo vale ancora di più quando si scende sul territorio, dove molte società si reggono sull’impegno di poche persone che rimangono in carica per anni proprio perché trovare qualcuno disposto a subentrare non è affatto scontato. Chi ha avuto a che fare con il mondo associativo lo sa: spesso, quando qualcuno lascia, il problema non è rispettare una quota, ma capire chi sarà disposto a prendere il suo posto.
Trovo inoltre curioso che per promuovere la parità si finisca per trattare noi donne come se avessimo necessariamente bisogno di una norma che ci garantisca un posto. Personalmente non mi sono mai riconosciuta in questa visione. Preferisco essere scelta perché qualcuno ritiene che abbia le competenze, la voglia e la capacità di assumermi una responsabilità, non perché manca una donna per raggiungere la percentuale prevista.
Questo non significa affatto disinteressarsi della presenza femminile, ma una cosa è creare opportunità, un’altra è imporre il risultato finale attraverso una quota.
È proprio questa, a mio avviso, la miopia dell’impostazione voluta a suo tempo da Viola Amherd: aver guardato alla percentuale da raggiungere senza considerare abbastanza come funziona realmente il mondo sportivo e associativo svizzero. Un mondo che vive in grandissima parte grazie al volontariato e nel quale, semmai, dovremmo preoccuparci di rendere più semplice impegnarsi, non di aggiungere ulteriori condizioni e prescrizioni.
Per questo considero il voto odierno del Consiglio nazionale un segnale positivo e ripongo ora le mie speranze nel Consiglio degli Stati. Mi auguro che anche lì prevalga un approccio pragmatico e che si abbia il coraggio di tornare indietro rispetto a una scelta che, per quanto possa essere nata con buone intenzioni, alla prova dei fatti si è dimostrata troppo rigida e lontana dalla realtà.
Da donna non credo che la parità si costruisca riempiendo caselle o imponendo percentuali. Nello sport, come altrove, servono soprattutto persone capaci, motivate e disponibili a impegnarsi. E quando queste persone ci sono, uomini o donne che siano, dovremmo essere contenti che abbiano ancora voglia di farlo.



