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ELIO DEL BIAGGIO

Promossi: e adesso?

Elio Del Biaggio
Promossi: e adesso?
RED
Fonte red
Promossi: e adesso?
Elio Del Biaggio

Diplomi in mano, porte non sempre aperte: tra aspettative, concorrenza e trasformazioni del lavoro, il merito fatica ancora a trovare pieno riconoscimento.

La scuola è finita: promossi, diplomi consegnati, apprendistati conclusi, sorrisi nelle foto di rito. Ma poi? In Ticino, per molti giovani, il vero esame comincia proprio adesso: quello con la realtà.

Una realtà che spesso smentisce le promesse: il sistema formativo, anche quello duale - che alterna formazione teorica in aula e pratica professionale in azienda - prepara, ma non garantisce uno sbocco. Il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro non è sempre così lineare: oltre al merito, incidono spesso fattori relazionali, capacità di adattamento e logiche di convenienza.

Le opportunità esistono, certo, ma sono sempre più frammentate, precarie e condizionate: ai giovani si chiede esperienza prima ancora di iniziare, di accettare contratti instabili e di adattarsi senza reali garanzie. Così molti restano sospesi: formati e qualificati sulla carta, ma senza un reale spazio nel mercato del lavoro, intrappolati in un meccanismo che appare sempre meno sostenibile.

A questo si aggiunge un fenomeno evidente: chi prosegue gli studi sceglie spesso di andare oltre Gottardo, attratto da un’offerta più ampia e qualificata, pur a fronte di costi e sacrifici rilevanti. E una volta partiti, il ritorno non è affatto garantito, anche perché in Ticino è sempre più difficile trovare un contesto lavorativo davvero fertile e dinamico: il rischio è un esodo silenzioso che impoverisce il territorio, erodendo competenze, identità, legami e radici.

In questo contesto, la meritocrazia appare sempre più fragile: relazioni, segnalazioni e appartenenze continuano ad avere un peso rilevante. Non è sempre la regola, certo, ma accade abbastanza da minare la fiducia, anche perché non tutti partono dalle stesse condizioni né dispongono delle medesime opportunità.

Si inserisce poi un altro tema spinoso per il Ticino: il crescente ricorso alla manodopera estera e la difficoltà, per lavoratori qualificati e giovani formati, di trovare spazio sul territorio. Non si tratta di mettere in discussione il valore di chi arriva, ma di interrogarsi su un equilibrio che da tempo appare sempre più fragile. Quando il criterio dominante diventa il costo, il rischio è privilegiare la convenienza immediata a scapito di qualità, competenze e radicamento.

Emerge così un altro aspetto spesso trascurato: la reale comparabilità dei diplomi e delle esperienze, in particolare di quelli conseguiti all’estero. Non tutte le formazioni e le qualifiche hanno lo stesso valore, né tutte le competenze garantiscono la stessa capacità operativa. Se la selezione si basa unicamente sul prezzo, si abbassa inevitabilmente la qualità complessiva, penalizzando l’intero sistema.

Il problema non riguarda soltanto l’accesso al mercato del lavoro, ma anche la valorizzazione delle competenze. Non sempre i profili più validi vengono riconosciuti,

mentre possono emergere figure più conformi o meglio inserite nei contesti decisionali. In questo quadro, appartenenze e dinamiche relazionali possono talvolta prevalere su competenze, capacità e merito.

Il rischio è un progressivo deterioramento del clima professionale, di trovarsi in contesti lavorativi poco collaborativi e tutt’altro che sereni: ambienti chiusi, dove il dialogo si riduce al minimo, la fiducia resta fragile e la crescita personale finisce sullo sfondo, mentre si alimenta una diffusa diffidenza che irrigidisce i rapporti. In queste condizioni, il lavoro scivola rapidamente verso la semplice esecuzione dei compiti, svuotandosi di partecipazione e responsabilità.

Il risultato è un progressivo appiattimento organizzativo: si indeboliscono le relazioni, si riduce la qualità e si perde slancio. Prevale così una logica difensiva, fatta di adattamento e conservazione, in cui ci si limita a gestire l’esistente anziché orientarsi alla costruzione del futuro.

In questo scenario, i giovani restano intrappolati tra esclusione e accettazione al ribasso e, sempre più spesso, sono costretti a partire: non per scelta, ma per necessità. È così che un territorio si svuota e si impoverisce, non solo economicamente, ma anche sul piano sociale e umano.

Nel frattempo, il dialogo tra formazione e lavoro resta incompleto: alcuni settori formano troppo, altri non trovano profili adeguati. E nel mezzo restano i giovani, il più delle volte senza orientamento, senza visione e senza prospettive.

Ed ecco la domanda a questo punto inevitabile: promossi… ma verso cosa?

Perché il pericolo non è solo occupazionale, ma sociale, culturale e generazionale. Un territorio che non valorizza i propri giovani e le proprie competenze, che non crea e non garantisce condizioni eque di accesso al lavoro, che non difende qualità e identità, inevitabilmente si indebolisce.

Alla luce di tutto ciò, viene spontaneo chiedersi se il Ticino disponga ancora delle competenze, delle strutture, delle risorse e della volontà per fare meglio. Forse sì, ma il tempo stringe e il rischio è un ulteriore deterioramento della situazione: serve lucidità e il coraggio di riconoscere che qualcosa non funziona più, e che un cambio di rotta non è più rinviabile.

Il vero fallimento non è una bocciatura scolastica, che si può superare, ma una generazione promossa sulla carta e respinta nella vita reale, anche all’interno del proprio contesto sociale, culturale e territoriale.

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