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MARINA CAROBBIO GUSCETTI

Iniziativa per la sostenibilità? No: è un’iniziativa contro i diritti di tutte e tutti

Marina Carobbio Guscetti, Consigliera di Stato
Ti-Press/Francesca Agosta
Fonte red
Iniziativa per la sostenibilità? No: è un’iniziativa contro i diritti di tutte e tutti
Marina Carobbio Guscetti, Consigliera di Stato

Fra qualche giorno, il 14 giugno, sarà importante respingere l’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni!». Dietro questo slogan si nasconde qualcosa di profondamente sbagliato: una visione del mondo che divide le persone in noi e gli altri, che colpevolizza chi viene da fuori, che sacrifica diritti fondamentali sull’altare della paura.

Chiamiamola con il suo vero nome. Questa è l’«iniziativa del caos», promossa da chi è da sempre contrario alla protezione dell’ambiente, conciliante con la speculazione immobiliare, contrario a misure concrete per il trasferimento del traffico su rotaia e indifferente al sovraffollamento dei mezzi pubblici. Il caro affitti, le infrastrutture sotto pressione, la pressione sul mercato del lavoro, sono problemi reali. Ma la risposta che propongono i promotori non li risolverà. Invece di affrontare le cause strutturali, hanno scelto la strada più facile: colpevolizzare chi viene da fuori come responsabile dei mali del paese. È una strategia che non risolve nulla, che divide chi lavora, che comporta anzi gravi rischi, e che distoglie l’attenzione dalle misure concrete per cambiare le cose.

Colpisce il messaggio che questa iniziativa manda alla nostra società. Si tratta di un progetto profondamente divisivo e discriminatorio: punta a escludere, colpevolizzare e marginalizzare le persone che vengono da altri paesi, alimentando paure e tensioni sociali, invece di affrontare i problemi reali. Una società giusta non si costruisce tracciando una linea tra chi ha avuto la fortuna di nascere con il passaporto svizzero e chi no. Penso a una madre che ha lavorato anni nei nostri ospedali, che ha pagato contributi, che ha costruito una vita qui, e che questa iniziativa potrebbe mettere nella situazione di dover scegliere tra il lavoro e i figli rimasti all’estero. Penso a un padre che dopo anni di lavoro onesto vedrebbe negato il diritto di vivere con la sua famiglia.

Per non parlare del diritto all’asilo e di altri diritti fondamentali, anche dei minori, che sarebbero intaccati se l’iniziativa fosse accettata: chi è arrivato cercando protezione rischia l’espulsione, e a chi ha messo radici potrebbe essere negato il ricongiungimento familiare, in violazione dei diritti umani più elementari. Il diritto d’asilo in Svizzera è già oggi molto restrittivo: le procedure sono lunghe, i criteri severi, le condizioni di attesa spesso difficili. Non rendiamolo ancora più disumano.

Per il Ticino, poi, c’è una contraddizione ulteriore. Se dovesse passare l’iniziativa, ci sarebbero aziende che, per avere la manodopera necessaria, dovrebbero far capo a lavoratrici e lavoratori frontalieri. Esattamente come ai tempi dello statuto degli stagionali, quando l’economia svizzera chiamava lavoratori quando ne aveva bisogno – senza offrire loro diritti, stabilità, né futuro – e li rimandava indietro quando il ciclo economico si invertiva. Allora, come oggi, il risultato sarebbe una manodopera tenuta deliberatamente precaria, più facile da sfruttare, più difficile da tutelare. Il paradosso è evidente: questa iniziativa finirebbe per favorire il frontalierato e quindi la sostituzione del personale residente con tutte le conseguenze che conosciamo, dal dumping salariale all’aumento del traffico di transito. Chi vive nella Svizzera italiana sa bene cosa significa.

I problemi che questa iniziativa non risolverà sono reali. Ma le risposte sono altre. Come medica, ho lavorato per anni nella sanità e conosco la realtà di chi ci lavora ogni giorno: infermiere e infermieri, assistenti di cura, professioniste e professionisti della salute che reggono un sistema sotto pressione costante. Per questo motivo mi sono impegnata – e continuo a farlo – per migliori condizioni di lavoro e per formare più personale sanitario in Ticino, dando attuazione concreta all’iniziativa per cure infermieristiche forti di cui sono stata promotrice. La carenza di personale si risolve investendo nelle condizioni di lavoro e nella formazione, ciò che corrisponde a un investimento nelle persone, nel territorio, nel futuro.

Sul fronte dei salari, il Ticino ha recentemente trovato un accordo per incrementare il salario minimo: è la direzione giusta, ed è quella che bisogna continuare a percorrere. Salari più alti rendono i posti di lavoro maggiormente attrattivi per chi vive già qui, riducono il dumping e restituiscono dignità a chi lavora. Sul fronte degli alloggi: da anni associazione inquilini e sinistra si battono per una vera politica pubblica per alleggerire il peso dei costi degli affitti, perché il mercato da solo non risolve il problema dell’accesso ad alloggi a pigione moderate. Proposte che trovano molte resistenze, anche tra i fautori di questa iniziativa che preferisce lasciare fare al mercato, colpevolizzando gli altri per i nostri problemi.

Le sfide che abbiamo davanti – il costo della vita, la pressione sulle infrastrutture, la carenza di personale qualificato – meritano risposte serie, che vanno costruite con pazienza e coraggio politico, non certamente le proposte di chi c’è dietro questa iniziativa. Non slogan che scaricano la responsabilità su chi viene da altrove, che costruiscono muri e divisioni e che finirebbero per accrescere i problemi di questo cantone. Ma un impegno responsabile e coscienzioso. Un No a quest’iniziativa è quindi indispensabile.

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