Violenza di genere: il Governo vuole davvero eliminarla?

Gina La Mantia e Maria Bonina, Co-Presidenti Faftplus
La violenza di genere continua a rappresentare un'emergenza che riguarda l'intera società. In Ticino, nel 2024, la polizia è intervenuta quasi tre volte al giorno per situazioni di violenza domestica; le case protette hanno accolto 48 donne e 52 bambini; nei primi sette mesi del 2026 il Cantone ha già registrato tre femminicidi, mentre in Svizzera le vittime sono state 17.
Una realtà devastante che presenta un conto altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, donne e bambini profondamente traumatizzati, troppo spesso lasciati soli ad affrontare le conseguenze della violenza. Di fronte a questa emergenza, tutte le istituzioni sono chiamate ad agire con determinazione. Occorre aumentare le risorse destinate alle case protette e ai servizi di aiuto alle vittime e, soprattutto, investire con decisione nella prevenzione.
Le donne che hanno subito violenza, i loro percorsi di rinascita e le loro famiglie devono tornare al centro dell'azione politica. Il messaggio deve raggiungere in modo capillare tutti gli ambiti della società: le scuole, i percorsi di formazione, i luoghi di lavoro, le strutture sanitarie, le associazioni sportive e culturali, gli spazi del tempo libero. Il principio deve essere chiaro: la prepotenza e la violenza non sono mai una risposta.
La violenza, del resto, non inizia con le botte. Cominci a molto prima: con le battute sessiste – basti ricordare le magliette fatte indossare al personale del Lido di Caslano –, con l'arroganza, la derisione, la manipolazione, le intimidazioni e le minacce. Si alimenta sempre di uno squilibrio di potere, che può essere psicologico, economico, fisico o di altra natura. Non è un caso che la campagna nazionale contro la violenza si apra con le parole: «L'uguaglianza previene la violenza».
Per questo il messaggio dell'uguaglianza è fondamentale. Eppure, la recente attualità politica mostra come vi sia ancora chi, persino nelle istituzioni, sembra trasmettere un messaggio opposto, fatto di prepotenza, di violenza e perfino di incitamento alla violenza.
Le vicende emerse in merito ad alcune conversazioni telefoniche private del presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali lasciano perplessi e sgomenti. Colpisce inoltre che, di fronte alle richieste di chiarimento formulate da tre presidenti di partito, la risposta sia stata una denuncia penale nei loro confronti.
Indipendentemente dalla sfera privata e fermo restando il lavoro della magistratura, la questione è prima di tutto politica, istituzionale e culturale. Se un consigliere di Stato suggerisce a una conoscente di «riempire di botte» una terza persona, affermando di averlo fatto lui stesso in passato, e arriva a evocare i propri «amici di Milano» come possibile soluzione alla controversia, il messaggio che passa è devastante. La credibilità degli appelli istituzionali contro la violenza, e in particolare contro la violenza di genere, ne esce inevitabilmente compromessa.
Faftplus ritiene che la risposta del Governo ticinese – limitata a un rimpasto temporaneo delle deleghe – sia del tutto insufficiente. Non è minimizzando o rinviando le responsabilità che si ricostruiscono la fiducia e la credibilità necessarie per contrastare, con coerenza e senza ipocrisie, la violenza di genere.



