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Quando viaggiare diventa un privilegio: storie di chi rinuncia alle ferie

Nonostante il desiderio di evasione resti forte, sempre più persone sono costrette a rivalutare modalità e destinazioni delle proprie vacanze.
Quando viaggiare diventa un privilegio: storie di chi rinuncia alle ferie
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Quando viaggiare diventa un privilegio: storie di chi rinuncia alle ferie
Nonostante il desiderio di evasione resti forte, sempre più persone sono costrette a rivalutare modalità e destinazioni delle proprie vacanze.

SAVOSA - Scorrendo i social sembra che partire per un fine settimana all'estero o prendere un aereo per qualche meta esotica più volte all'anno sia diventata la normalità. Una realtà che, però, racconta solo una parte della storia. Per molti, infatti, anche una sola settimana di vacanza rappresenta un lusso difficile da permettersi.

Lo sa bene una 52enne del Bellinzonese che da cinque anni lavora come cassiera in una nota catena di supermercati. Il suo impiego al 40%, però, non basta più per arrivare alla fine del mese. Così, da un paio d'anni, ha affiancato un secondo lavoro in un chiosco, dove sostituisce le colleghe durante i giorni liberi e le vacanze. «Se non facessi anche quello, non ce la farei», racconta la donna che preferisce restare anonima. Le sue vacanze, ormai, sono diventate giornate di lavoro supplementare: rinuncia a partire per non perdere ore e riuscire a mettere da parte qualche franco in più. L'ultima vera pausa risale a tre anni fa, quando il fratello le aveva regalato qualche giorno fuori casa. Oggi divide l'appartamento con l'anziana madre per contenere le spese, ma anche così il bilancio familiare resta fragile. Una situazione meno rara di quanto si possa pensare. Eppure il desiderio di andare in vacanza resiste, anche quando il budget si assottiglia.

Premi di cassa malati, energia e alimenti alle stelle
Come spiega Stefano Scagnolari, docente-ricercatore all'USI e responsabile dell'Osservatorio del turismo, viaggiare non risponde soltanto a un bisogno di svago, ma anche di benessere e di relazioni. È anche per questo che la domanda turistica si è dimostrata storicamente molto resiliente. A fare la differenza, sottolinea, è soprattutto «il reddito disponibile effettivo, ossia la quota di reddito che rimane alle famiglie dopo aver sostenuto le spese incomprimibili. Se affitti, premi di cassa malati, energia e alimentari assorbono una parte crescente del bilancio domestico, si restringe inevitabilmente lo spazio destinabile al tempo libero e alle vacanze».

Una tendenza confermata anche dai dati dell'Ufficio federale di statistica (UST). Nel 2024 i residenti in Svizzera hanno effettuato in media 2,9 viaggi con pernottamento e 8,8 escursioni giornaliere, mentre l'89% della popolazione ha compiuto almeno un viaggio con pernottamento nell'arco dell'anno. Una media che, però, racconta solo una parte della realtà. «C'è chi viaggia più volte all'anno e chi, invece, non riesce a permettersi nemmeno una settimana di ferie lontano da casa», osserva Scagnolari. Secondo le statistiche sulla deprivazione materiale dell'UST, circa l'8-9% della popolazione svizzera non dispone delle risorse economiche per concedersi una settimana di vacanza. Nell'Unione europea la quota sale al 27%, secondo Eurostat.

Rinunciare alle vacanze: l'ultima spiaggia
Quando il budget si restringe, però, la rinuncia totale alla vacanza è spesso l'ultima scelta. Più frequentemente cambiano le modalità di viaggio. «Le famiglie tendono ad adattarsi: sostituiscono le destinazioni lontane con mete più vicine, accorciano i soggiorni, prenotano con maggiore anticipo oppure scelgono soluzioni low cost», spiega il ricercatore. «Il turismo domestico e di prossimità risulta infatti molto più stabile rispetto ai viaggi intercontinentali, che sono più costosi e quindi più sensibili ai cambiamenti economici».

Eppure, scorrendo Instagram o TikTok, sembra che prendere un aereo cinque volte all'anno sia diventata la normalità. «In realtà questa tendenza non nasce con i social - precisa Scagnolari -. È in corso da almeno vent'anni e riflette una trasformazione del turismo: soggiorni più brevi ma più frequenti, weekend lunghi, city break, visite a parenti e amici, eventi culturali o sportivi e, naturalmente, la diffusione delle compagnie aeree low cost. I social hanno semplicemente reso questo fenomeno molto più visibile».

Più vacanze, quindi, non significano necessariamente più ricchezza
«Molte persone non spendono di più, ma distribuiscono diversamente il proprio budget durante l'anno. Oggi viaggiare più spesso è reso possibile anche da trasporti più accessibili, dalla digitalizzazione delle prenotazioni e da una maggiore disponibilità di offerte». È proprio qui che, secondo Scagnolari, nasce uno degli equivoci più diffusi. «Il primo è pensare che tutti viaggino continuamente: è una percezione amplificata dai social network, che mostrano soprattutto chi parte e molto meno chi rinuncia. Il secondo è credere che chi fa più viaggi appartenga necessariamente alle fasce più abbienti. In molti casi si tratta semplicemente di persone che hanno modificato il proprio modo di fare vacanza».

Resta però un dato di fondo: oggi il turismo rappresenta uno degli indicatori più significativi delle disuguaglianze economiche. «La possibilità di concedersi una vacanza non dipende soltanto dal reddito, ma dal margine di libertà economica che resta alle famiglie dopo aver pagato tutte le spese essenziali. Per questo poter partire, una o più volte all'anno, non è solo una scelta di consumo: è anche un segnale di benessere, stabilità e inclusione sociale».

In altre parole, conclude il docente dell'USI, la voglia di viaggiare resta fortissima anche nei periodi economicamente difficili. Nella maggior parte dei casi non si rinuncia alle vacanze: le si ripensa, le si accorcia o si scelgono destinazioni più vicine. Per una parte della popolazione, però, anche questa capacità di adattamento ha un limite. E una settimana lontano da casa resta semplicemente fuori portata.

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