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CHRISTIAN COLOMBO

"No a una Svizzera da 10 milioni": incertezza con coraggio o certezza del declino?

Christian Colombo, vicepresidente GLRM, Vicepresidente PLR Chiasso, consigliere Comunale di Chiasso.
Christian Colombo
"No a una Svizzera da 10 milioni": incertezza con coraggio o certezza del declino?
Christian Colombo, vicepresidente GLRM, Vicepresidente PLR Chiasso, consigliere Comunale di Chiasso.

La lettura del testo dell'iniziativa popolare "No a una Svizzera da 10 milioni" — in votazione il prossimo 14 giugno — suscita, in un primo momento, una reazione ambivalente: l'intenzione è condivisibile, ma la formulazione può apparire eccessivamente rigida. Una rigidità che, però, non è frutto di ingenuità, bensì di una precisa strategia politica. Per anni la classe politica ha eluso le preoccupazioni dei cittadini sull'immigrazione, trincerandosi dietro gli accordi bilaterali come alibi per l'inazione. Eppure, i margini di intervento esistevano: misure federali e cantonali avrebbero potuto dimostrare che la politica comprende il problema e agisce. Così non è stato, e le politiche migratorie e d'integrazione della Confederazione e dei Cantoni — Ticino incluso — mostrano tuttora evidenti lacune strutturali. Il testo stringente dell'iniziativa è dunque una risposta deliberata, volta a chiudere in anticipo ogni spazio di manovra a quella stessa classe politica che ha preferito il rinvio all'azione. L'iniziativa non è priva di criticità ed è ragionevole prevedere che, in futuro, qualora emergessero reali necessità, si potrebbe valutare l’introduzione di modifiche al testo o eccezioni mirate, ma ora bisogna agire. L'obiezione principale riguarda i rapporti con l'Unione Europea. L'iniziativa entrerebbe in conflitto con l'Accordo sulla libera circolazione delle persone, pilastro dei Bilaterali I. Al raggiungimento di 9,5 milioni di abitanti scatterebbero i contingenti, incompatibili con gli impegni vigenti, e l'UE potrebbe applicare la clausola ghigliottina, abrogando l'intero pacchetto dei Bilaterali I — sette accordi su trasporti, ricerca e appalti pubblici. È però importante precisare che gli accordi di Schengen e Dublino appartengono ai Bilaterali II e se pur a rischio non decadrebbero automaticamente. Uno scenario di rottura totale appare comunque poco probabile: la Svizzera dipende dall'UE più di quanto l'UE dipenda da lei, ma l'Europa — con gli Stati Uniti sempre meno affidabili — non ha interesse a perdere un partner solido come la Confederazione. La prospettiva più verosimile, anche in caso di denuncia dell'accordo sulla libera circolazione, rimane una rinegoziazione degli accordi tenendo conto della nuova volontà popolare. Questa iniziativa ci porta dunque a scegliere tra due approcci: agire, rifiutando una situazione ritenuta insostenibile nel lungo termine, oppure attendere, accettando lo status quo per timore delle incognite. La natura umana tende a temere l'incertezza più di una realtà scomoda — un atteggiamento spesso penalizzante. Chi sceglie di agire lo fa nella convinzione che una Svizzera incapace di governare i propri flussi migratori rinunci nel tempo a governare sé stessa. Come giovane cittadino Svizzero sono convinto che, un futuro con più incognite, ma affrontato con coraggio, sia una scelta migliore rispetto ad una certezza insoddisfacente che rischia di snaturare la nostra amata Svizzera.

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