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L'OSPITE
07.02.2021 - 15:310

Divieto del burqa, un salvagente

Piero Marchesi, Consigliere nazionale e Presidente UDC Ticino

LUGANO - Quale donna che non abbia subito un lavaggio del cervello indosserebbe per sua libera scelta un capo opprimente come il Burqa, pesante e di colore scuro il mese d’agosto sotto il sole, quando il marito invece vestito con pantaloncini corti e maglietta, si gusta un gelato in riva al lago? Va detto chiaro e tondo che il velo integrale - il quale impedisce qualsiasi integrazione a chi lo indossa - è un simbolo dell’islam politico utilizzato dai misogini islamici per sottomettere le donne e per rendere visibile nello spazio pubblico la progressione dell’islamismo. Risulta incomprensibile come movimenti femministi e partiti che spesso rivendicano maggiori diritti per le donne combattano questa iniziativa. Mustafa Memeti, Imam di Berna, ha chiaramente affermato che l’iniziativa è il salvagente per l’emancipazione delle donne nell’Islam, a riprova che anche gran parte degli islamici moderati sostengono questa proposta.

Va ricordato che un divieto simile è già in vigore in molti paesi in Europa, ad esempio in Francia, Belgio, Austria, Danimarca, Bulgaria e Lettonia e che la sua liceità è già stata addirittura confermata dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU). Infatti, l’art. 9 della stessa a riguardo di un divieto simile cita «costituiscono delle misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza pubblica, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».

Fra gli altri scopi dell’iniziativa vi è quello legato alla sicurezza. Infatti, a seguito del divieto proposto, la polizia potrebbe riconoscere il volto delle persone violente - ad esempio grazie alle immagini della videosorveglianza - durante certe manifestazioni e in occasione di eventi sportivi.

Su una cosa concordo con chi si oppone all’iniziativa. Il fenomeno del velo integrale in Svizzera è oggi fortunatamente ancora un problema marginale, ma - come già successo in molti Paesi - esso è destinato a diffondersi maggiormente, di pari passo con la crescita della radicalizzazione nelle fila dei giovani musulmani, ed è dunque meglio agire preventivamente, prima che sia troppo tardi. D’altronde l’esperienza fatta in Ticino, dove già da quattro anni è in vigore il divieto che ora si vorrebbe estendere a tutta la Svizzera, è stata positiva.

Si tratta insomma di fare una scelta di civiltà e decidere in quale tipo di società vogliamo vivere noi e le future generazioni. Chi opta a favore di una società democratica e dell’uguaglianza dei sessi - non solo a parole - ha la possibilità di lanciare un forte segnale di resistenza contro l’islamizzazione votando Sì il prossimo 7 marzo all’iniziativa «Sì al divieto di dissimulare il proprio viso».


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