L'UDC boccia il Piano energetico e climatico cantonale

Il partito denuncia costi elevati, rischi per famiglie e imprese e incertezze sulla sicurezza dell'approvvigionamento.
Il partito denuncia costi elevati, rischi per famiglie e imprese e incertezze sulla sicurezza dell'approvvigionamento.
PREGASSONA - Prima gli obiettivi e gli obblighi, poi i conti. È questo, secondo l'UDC ticinese, il principale difetto del Piano energetico e climatico cantonale (PECC), contro il quale il partito è l'unico ad aver preso posizione contraria. Nel mirino finiscono soprattutto i costi che dovranno essere sostenuti da proprietari, famiglie e imprese, ma anche la sicurezza dell'approvvigionamento elettrico durante l'inverno.
«Prima si fissano gli obiettivi e si introducono gli obblighi, poi si cercano le risposte sulla loro fattibilità e sui loro costi», attaccano i democentristi. Un metodo che viene contestato apertamente, ricordando come insieme al Piano il Cantone abbia chiesto altri 2 milioni di franchi per studi e approfondimenti sul futuro del sistema energetico. «Per noi dovrebbe funzionare al contrario: prima si fanno i conti, poi si decide».
Investimento da 2,5 miliardi di franchi
Al centro delle critiche ci sono soprattutto gli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi fissati fino al 2050. Per la conversione degli impianti di riscaldamento, nei lavori commissionali è stato indicato un ordine di grandezza lordo di 2,5 miliardi di franchi. A questo si aggiungono nuovi obblighi, come quello relativo all'installazione di impianti fotovoltaici per determinati edifici esistenti. Una misura che, secondo il partito, in Ticino andrebbe oltre quanto previsto dal riferimento intercantonale del MoPEC 2025. Il costo netto dell'operazione per chi dovrà sostenere questi investimenti «non è però ancora stato quantificato». «I conti interessano soprattutto chi dovrà pagarli», viene sottolineato.
Stesso discorso per la bolletta dell'energia elettrica. Il Consiglio di Stato ha ammesso che il potenziamento della rete comporterà un aumento del costo unitario dell'elettricità, senza però indicare di quanto. «Per una famiglia ticinese e per una PMI questi non sono dettagli tecnici: sono soldi che escono ogni mese dal portafoglio». E, dopo i rincari degli ultimi anni, «il potere d'acquisto non può diventare la variabile secondaria della transizione energetica».
La sicurezza dell'approvvigionamento
L'altra grande incognita riguarda la sicurezza dell'approvvigionamento. «Avremo energia sufficiente quando servirà davvero?», si chiedono i democentristi. Il PECC punta in particolare sullo sviluppo del fotovoltaico, ma soltanto circa un terzo della produzione prevista sarebbe disponibile durante il semestre invernale. Per coprire il resto del fabbisogno si dovrebbe quindi fare affidamento anche su misure complementari e apporti esterni. Disponibilità, affidabilità e costi di queste fonti negli scenari più critici non sarebbero però sufficientemente dimostrati. «Obbligare i ticinesi a investire è facile. Garantire loro la corrente in inverno è più difficile».
«Berna sta già cambiando rotta»
A rendere il quadro ancora più incerto sarebbe poi il rapido cambiamento della politica energetica a livello federale. Il MoPEC 2025 ha aggiornato il quadro di riferimento per gli edifici, mentre le Camere federali hanno riaperto il dibattito sulla neutralità tecnologica nel settore nucleare. Inoltre, la Confederazione prevede di sostituire entro il 2027 le Prospettive energetiche sulle quali poggiano anche gli scenari utilizzati per il PECC. Il rischio, secondo la presa di posizione, è quindi quello di «legarsi oggi a una strategia elaborata ieri, proprio mentre Berna sta aggiornando la rotta».
Il gruppo precisa di non essere contrario allo sviluppo delle energie rinnovabili o alla riduzione delle emissioni, ma chiede un approccio diverso. «Questo non significa non agire, ma agire con pragmatismo», evitando che la politica climatica si trasformi in «una gara ideologica a chi impone più obblighi e più costi». Da qui il rifiuto del Piano nella sua forma attuale. Il Ticino, viene sottolineato, ha bisogno di una politica energetica «seria, tecnologicamente aperta e soprattutto pagabile». La priorità deve andare alla sicurezza dell'approvvigionamento, al potere d'acquisto delle famiglie e alla competitività delle PMI. E il messaggio finale al Governo è netto: «Prima di presentare il conto ai ticinesi, il Governo deve almeno essere in grado di dire quanto sarà salato».




