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SVIZZERA

«L'11 settembre ha accelerato la trasformazione della neutralità svizzera»

Il dibattito sulla flessibilità della neutralità svizzera si riaccende a venticinque anni dagli attentati, tra nuove sfide internazionali e pressioni interne.
«L'11 settembre ha accelerato la trasformazione della neutralità svizzera»
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Fonte Ats
«L'11 settembre ha accelerato la trasformazione della neutralità svizzera»
Il dibattito sulla flessibilità della neutralità svizzera si riaccende a venticinque anni dagli attentati, tra nuove sfide internazionali e pressioni interne.

WASHINGTON - La posizione assunta dalla Svizzera dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, di solidarietà con la risposta americana in Afghanistan, ha segnato una rottura con la politica di neutralità molto rigida praticata durante la Guerra fredda. Ma la svolta era cominciata una dozzina d'anni prima.

«L'evoluzione era iniziata con la fine della Guerra fredda», ha sottolineato Laurent Goetschel, professore di scienze politiche all'Università di Basilea e direttore di Swisspeace, in un'intervista a Keystone-ATS. L'11 settembre ne è stato soprattutto un acceleratore.

Quando gli Stati Uniti iniziano a bombardare l'Afghanistan il 7 ottobre 2001, il Consiglio di sicurezza dell'Onu riconosce il loro diritto alla legittima difesa, senza tuttavia autorizzare esplicitamente l'intervento.

A Berna l'allora responsabile del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Joseph Deiss ritiene la risposta giustificata a condizione che sia diretta contro i responsabili degli attentati e risparmi i civili. La Svizzera manifesta la sua solidarietà agli Stati Uniti senza partecipare militarmente al conflitto.

«Il diritto alla neutralità è stato rispettato. È la politica di neutralità che è stata resa più flessibile. Quindi la sua applicazione concreta», riassume Goetschel. Una distinzione essenziale: la neutralità giuridica rimane, ma Berna si concede maggiore libertà politica.

La Svizzera, del resto, non ha aspettato l'11 settembre per scegliere da che parte stare, implicitamente o esplicitamente. Perché non bisogna illudersi: di fatto, il suo posizionamento è sempre stato chiaro, osserva il politologo.

«Durante la Guerra fredda tutti sapevano che la Svizzera faceva parte del campo occidentale». La sua posizione geografica, il suo sistema politico e i suoi legami economici la ancoravano all'Occidente, senza mettere in discussione la sua neutralità giuridica e militare.

La fine della Guerra fredda permette soprattutto a questa realtà di esprimersi più apertamente. Il Consiglio di sicurezza, fino ad allora paralizzato dallo scontro tra i blocchi, ricomincia a funzionare. Dopo l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nel 1990, la Svizzera adotta le sanzioni economiche decise dall'Onu.

La logica è quella della sicurezza collettiva. Quando Stati si scontrano, la neutralità mantiene la Svizzera al di fuori. Ma se la comunità internazionale fa ampiamente fronte comune contro un aggressore, Berna ha meno ragioni per imporsi una rigida equidistanza. «Non è una guerra convenzionale, è un'operazione di polizia internazionale», spiega Goetschel.

Il Kosovo ne mostra i limiti nel 1999. Poiché i bombardamenti della Nato non hanno ricevuto un mandato dal Consiglio di sicurezza, la Svizzera nega il sorvolo del suo territorio agli aerei che partecipano alle operazioni militari, ad eccezione dei voli umanitari.

Nel 2001 il contesto è diverso: la risposta al terrorismo gode di un ampissimo sostegno internazionale, compreso quello della Russia. La Svizzera può quindi prendere posizione politicamente senza partecipare alle operazioni militari. Il contrasto emerge nel 2003: in assenza del benestare del Consiglio di sicurezza all'intervento americano in Iraq, la Svizzera applica questa volta il diritto della neutralità.

«La neutralità non è un'ideologia o una fede. È un principio di sicurezza dello Stato», sottolinea Goetschel. Da qui il principio: «Più la sicurezza collettiva funziona, meno c'è bisogno della neutralità». In altre parole, più gli Stati agiscono di concerto, meno la Svizzera ha bisogno di proteggersi con una politica di stretta neutralità.

Venticinque anni dopo, il contesto è quasi invertito. La guerra in Ucraina ha rimesso in evidenza le divisioni tra grandi potenze e i limiti del sistema di sicurezza collettiva. «La sicurezza collettiva non è morta», sottolinea Goetschel.

Ma quando funziona meno bene, la neutralità ritrova secondo lui una parte della sua funzione protettiva: «Si torna alla legge del più forte, alla legge della giungla. E la neutralità riacquista importanza».

Una neutralità che la Svizzera rivendica, ma la cui applicazione suscita proprio il dibattito. Dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022, Berna ha adottato le sanzioni dell'Unione europea contro Mosca, rifiutandosi però di partecipare militarmente al conflitto o di fornire armi a Kiev. La Russia le rimprovera così di aver preso posizione, mentre l'Ucraina le rimprovera al contrario di non spingersi abbastanza in là.

La distinzione tra diritto e politica di neutralità si ritrova così al centro del dibattito. Per Goetschel, le sanzioni non significano che la Svizzera abbia rinunciato giuridicamente alla sua neutralità. Ma politicamente, Berna ha chiaramente preso posizione contro l'intervento russo, così come aveva fatto a favore della risposta americana dopo l'11 settembre.

«Una neutralità efficace non è una neutralità immobile», sostiene Goetschel. Resta da vedere fino a che punto possa spingersi questa libertà politica senza entrare in contraddizione con la neutralità che la Svizzera rivendica.

Una questione tanto più delicata in quanto il contesto internazionale è cambiato: il consenso che aveva ampiamente prevalso dopo l'11 settembre ha lasciato il posto a un confronto tra grandi potenze. È precisamente questo margine di interpretazione che l'iniziativa popolare sottoposta al popolo svizzero il 27 settembre, sostenuta dall'UDC, intende ridurre. Il verdetto delle urne dirà fino a che punto gli svizzeri intendono lasciare al Consiglio federale la libertà di adattare la neutralità alle circostanze.

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