Restrizioni sulle armi? «Prima bisogna capire cosa non ha funzionato»

Dopo la tragedia al rave, si riaccende il dibattito sulle armi, Protell: «È necessario stabilire cosa sia andato storto. Il clamore mediatico non è una prova»»
AARAU - Protell, associazione svizzera che difende il diritto dei cittadini rispettosi della legge di possedere e portare armi, interviene nel dibattito sulle possibili restrizioni alla legislazione dopo la tragedia di Aarau, contestando le richieste di introdurre a priori un registro federale centrale, controlli periodici e la confisca di alcune armi acquistate legalmente.
L'associazione sottolinea che l'arma utilizzata nell'assalto al rave era regolarmente registrata a nome del presunto autore del reato e che la legislazione vigente prevede già il sequestro delle armi qualora sussistano motivi di esclusione o il rischio di un uso improprio. Per Protell, dunque, prima di introdurre nuove restrizioni è necessario chiarire cosa sia andato storto nel sistema esistente e in che modo le misure proposte avrebbero potuto impedire l'atto. «Chiunque chieda nuove restrizioni deve specificare quale concreta scappatoia abbia reso possibile questo atto e in che modo la misura proposta l'avrebbe colmata», sostiene l'associazione
La società di pubblica utilità ricorda inoltre che, con l'adozione della Direttiva UE sulle armi da fuoco nel 2019, alcune armi semiautomatiche sono state classificate come proibite, mentre per quelle già legalmente acquistate è stata prevista la tutela dei diritti acquisiti. Secondo l'associazione, eliminarla significherebbe «ribaltare parte di una decisione popolare» e incidere sul diritto di proprietà dei beni acquisiti legalmente.
Quanto all'ipotesi di un registro federale centrale, l'associazione osserva che dal 2016 i registri cantonali delle armi sono interconnessi e che le autorità possono consultare le registrazioni degli altri cantoni. «Un registro centrale avrebbe semplicemente archiviato gli stessi dati a livello federale anziché a livello cantonale. Non avrebbe fornito alcuna informazione aggiuntiva né innescato alcuna azione», afferma l'associazione.
L'attenzione - si legge infine in una nota stampa - dovrebbe quindi concentrarsi sugli eventuali segnali di pericolo e sulle possibilità di intervento: occorre stabilire se vi fossero informazioni rilevanti, chi ne fosse a conoscenza, se siano state segnalate e se le autorità siano intervenute. «Il clamore mediatico non è una prova», conclude l'associazione, chiedendo che venga prima accertato «se e in che misura il sistema attuale abbia fallito» e che ogni eventuale nuova restrizione sia valutata in termini di efficacia, proporzionalità e rispetto dei diritti fondamentali.



