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MUZZANO

Ecco cosa si coltiva veramente all'Orto di Muzzano

L’iniziativa promuove integrazione e relazioni attraverso il lavoro nei campi e la vendita diretta dei prodotti.
Ecco cosa si coltiva veramente all'Orto di Muzzano
Ecco cosa si coltiva veramente all'Orto di Muzzano
Davide Giordano tio.ch
Ecco cosa si coltiva veramente all'Orto di Muzzano
L’iniziativa promuove integrazione e relazioni attraverso il lavoro nei campi e la vendita diretta dei prodotti.

MUZZANO - Un orto davvero speciale si nasconde a Muzzano, in via Mondino 12. È quello dell’associazione L’Orto, che da 25 anni aiuta persone in difficoltà accompagnandole in un percorso di reinserimento sociale e professionale attraverso l’attività agricola.

«All’inizio – spiega ai microfoni di tio.ch il presidente Samuele Delpini, in associazione dal 2014 – era un laboratorio rivolto soprattutto a persone detenute a fine pena. Successivamente abbiamo esteso l'opportunità anche a persone in assistenza, attraverso una collaborazione con il Dipartimento della socialità e della sanità. Quotidianamente ci occupiamo di accogliere queste persone e di costruire con loro un percorso all’interno delle attività proposte, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale e professionale. Oggi ci sono anche rifugiati provenienti dai centri della Croce Rossa».

In che modo li aiuta nella quotidianità?
«Innanzitutto permette di ricreare dei ritmi di vita e di lavoro: presentarsi puntuali, arrivare in maniera adeguata in un contesto lavorativo e imparare a lavorare insieme agli altri. “Lavorare con” è un po’ il motto dell’associazione. È quello che chiediamo anche a noi dipendenti: lavorare insieme alle persone, non lavorare per loro. Il “lavorare con” implica la nascita di un rapporto di fiducia, che permette poi di costruire un percorso. Quello che cerchiamo di sviluppare con le persone sono innanzitutto delle relazioni. Molto spesso abbiamo a che fare con persone isolate dal contesto sociale e cerchiamo quindi di creare situazioni che vadano oltre l’attività lavorativa».

Come si inserisce nella società quello che fate ogni giorno?
«L’idea dell’associazione L’Orto è quella di essere sempre più al servizio delle persone. E il servizio alle persone è anche un servizio al territorio. Vogliamo quindi creare una relazione con i bisogni del territorio. Un esempio è la possibilità di vendere i nostri prodotti orticoli attraverso i punti vendita. Recentemente abbiamo iniziato a collaborare anche con aziende private, portando i nostri prodotti a disposizione dei loro dipendenti».

In questi due ettari di serre che cosa coltivate?
«Coltiviamo un po’ di tutto. Abbiamo diversi prodotti orticoli che vengono venduti in parte ai grossisti, che poi li distribuiscono nei supermercati, e in parte direttamente ai consumatori».

Quindi sono prodotti a chilometro zero che il cittadino può trovare vicino a casa.
«Esatto. L’idea è proprio quella di far arrivare i prodotti realizzati dalle persone che lavorano qui direttamente al cittadino. Per noi ha un grande valore poter vendere direttamente: da un lato offriamo un prodotto fresco, appena raccolto e a chilometro zero, dall’altro è un’occasione per uscire, creare relazioni e permettere alla persona di sentirsi valorizzata. Spesso abbiamo persone sfiduciate nei confronti di se stesse e del sistema. Poter portare i propri prodotti all’esterno significa anche dimostrare agli altri che quella persona può ancora dare qualcosa, che ha un valore, perché sta producendo un bene per qualcun altro».

Dove si possono acquistare questi prodotti?
«Direttamente nei nostri punti vendita. Abbiamo anche un piccolo negozio qui in azienda e diversi punti vendita settimanali nei vari comuni. In alternativa, è possibile ordinare i prodotti attraverso il nostro sito internet e scegliere dove ritirarli. Abbiamo tra i 200 e i 250 clienti alla settimana. C'è quindi una risposta a un bisogno presente sul territorio».

C'è chi ritorna?
«Abbiamo avuto persone che, dopo aver trovato uno sbocco professionale, qualche volta sono tornate a trovarci oppure ci hanno chiamato. Si sono create relazioni molto belle. C'è chi, quando è qui, sente questo posto quasi come una casa. Ce ne accorgiamo anche da piccoli dettagli: le attività iniziano alle 9, ma abbiamo persone che alle 8.15 o alle 8.20 sono già qui, proprio perché hanno bisogno di un luogo dove iniziare la giornata, intraprendere un percorso, sentirsi coinvolte e responsabilizzarsi».

In questi anni, che cosa ha imparato e che cosa ti sta lasciando questa esperienza?
«Ho una formazione agricola, ma quello che mi colpisce sempre di questa esperienza è come l’aspetto umano e quello agricolo debbano andare insieme. Se manca uno dei due, mi sento un po’ orfano di qualcosa. Questo posto per me è molto arricchente, perché tutto si gioca nel rapporto con le persone. Cerco sempre di dedicare una parte della giornata a stare fuori e lavorare insieme a loro, perché c’è bisogno di questo contatto umano anche per capire qual è il bisogno di ciascuno. Per me è come alzarsi ogni mattina e avere davanti una lavagna pulita, sulla quale cominciare a tracciare una linea, a costruire la storia di una persona e a confrontarsi con il contesto sociale e con i bisogni che emergono».

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