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SVIZZERA

Un registro per le mucche, ma non per le armi da fuoco? Il “paradosso” svizzero

Ne parla la sua più grande promotrice, Chantal Galladé in un'intervista dopo i fatti di Aarau e il passato psichiatrico del killer: «Se non ci sentiamo sicuri, nemmeno in casa nostra, a perderci è la libertà»
Un registro per le mucche, ma non per le armi da fuoco? Il “paradosso” svizzero
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Fonte Tages-Anzeiger
Un registro per le mucche, ma non per le armi da fuoco? Il “paradosso” svizzero
Ne parla la sua più grande promotrice, Chantal Galladé in un'intervista dopo i fatti di Aarau e il passato psichiatrico del killer: «Se non ci sentiamo sicuri, nemmeno in casa nostra, a perderci è la libertà»

ZURIGO - L'autore della strage di Aarau possedeva legalmente tre armi, tra cui un fucile d'assalto AK-74, acquistate vent'anni fa Tutte armi che ha continuato a possedere malgrado i problemi psichiatrici e il ricovero in strutture.

Per Chantal Galladé, ex consigliera nazionale socialista, oggi nei Verdi Liberali, il caso riapre una battaglia che porta avanti da tutta la carriera politica — e da una ferita personale: suo padre si tolse la vita con un'arma d'ordinanza quando lei aveva undici anni.

«Non si può mai dire con certezza se una persona sarebbe diventata violenta anche senza accesso a un'arma legale», spiega Galladé. «Ma tutti i dati indicano che la disponibilità di armi da fuoco gioca un ruolo enorme in delitti e suicidi».

La legge svizzera si è inasprita negli ultimi anni, anche a seguito dell'adesione a Schengen: oggi le armi semiautomatiche come l'AK-74 richiedono un'autorizzazione eccezionale. Restano però, secondo Galladé, molte lacune: migliaia di armi semiautomatiche acquistate in passato sono ancora presenti nelle case svizzere senza che sia mai stata richiesta una prova successiva di necessità.

La sua proposta principale rimane quella dell'istituzione di un registro centrale delle armi: «In Svizzera registriamo ogni mucca, ma non sappiamo dove si trovano tutte le armi». Le stime parlano di 2,3 milioni di armi da fuoco nelle case svizzere.

Galladé chiede inoltre procedure più rapide di ritiro delle armi nei casi di violenza domestica - dossier che il consigliere federale Beat Jans starebbe portando avanti - e uno scambio di informazioni più efficace tra autorità e personale psichiatrico curante.

Alla domanda su cosa debba prevalere, la libertà individuale di possedere un'arma o il diritto collettivo alla sicurezza, la risposta è netta: «Anche la libertà della società ne risente, se non ci si sente sicuri a una festa o in casa propria».

Dal 1999, anno di entrata in vigore della legge federale sulle armi, il numero di morti per arma da fuoco in Svizzera si è pressoché dimezzato. Per il suo impegno, Galladé è stata minacciata al punto da aver avuto bisogno, in alcune fasi, di una scorta personale.

Nel 2011 il popolo svizzero aveva già respinto un'iniziativa per un giro di vite sulle armi: una sconfitta che Galladé, oggi 53enne e prossima al ritiro dalla politica attiva, dice di portare ancora con sé. «Avrei voluto che il cambiamento partisse dal basso. Oggi credo che un voto del genere avrebbe un esito diverso... ma è solo un'ipotesi».

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