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«Quando arrivai io era tutto al top»

L'ex nazionale tedesco Oliver Bierhoff ha parlato della crisi della nazionale italiana: «Serve pazienza, ma anche convinzione e la forza di dire: "Dobbiamo cambiare"».
«Quando arrivai io era tutto al top»
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«Quando arrivai io era tutto al top»
L'ex nazionale tedesco Oliver Bierhoff ha parlato della crisi della nazionale italiana: «Serve pazienza, ma anche convinzione e la forza di dire: "Dobbiamo cambiare"».
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TRENTO - Il calcio italiano sta vivendo una crisi profonda, segnata da ben tre mancate partecipazioni consecutive ai Mondiali. Intervenuto al Festival dello sport a Trento, l'ex campione tedesco Oliver Bierhoff ha provato ad analizzare la situazione del pallone della vicina Penisola.

«Cosa serve? Devo dire un po' di tutto - ha detto il 58enne, che in Italia ha giocato per Ascoli, Udinese, Milan e Chievo - Quello di cui ci si deve rendere conto è che il cambio non può avvenire in due-tre anni, serve tempo. Nel 2000 abbiamo (la Germania, ndr) cambiato metodo di allenarci, l'educazione, abbiamo investito nelle infrastrutture, negli stadi, nelle accademie. Abbiamo pensato ci volessero dieci anni. E nel 2010 in Sudafrica si vide ai Mondiali una Germania diversa, con giocatori tecnici. Serve pazienza, ma anche convinzione e la forza di dire: "Dobbiamo cambiare". Da fuori non posso giudicare, ma penso che serva proprio toccare il fondo per risalire. L'Italia mi sembra l'abbia toccato...».

C'è poi un problema di qualità. «Nel breve è difficile, oggi effettivamente c'è mancanza di qualità. Con tutto il rispetto di ogni giocatore, l'Italia aveva Baggio, Del Piero, Pirlo, Cannavaro. Anche la Germania la guardo e penso: quali sono i giocatori ad alto livello in un grande club europeo a incidere? Quando ero arrivato io in Italia era tutto al top, anche come preparatori tecnici, ora sembra che vi siate rilassati senza la capacità di cambiare. Vi porto l'esempio della cucina... Negli anni Novanta si parlava soltanto di quella italiana, poi nel mondo sono arrivati tanti modi diversi di cucinare. È giusto mantenere la tradizione e il proprio modo di cucinare o allenare, però bisogna seguire il tempo. Mi sembra che il calcio italiano sia rimasto su quella vecchia strada. Bisogna evolversi, mantenendo l’identità».

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