Armi svizzere: la responsabilità non finisce con la vendita

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Il prossimo 29 novembre saremo chiamati a esprimerci sulla modifica della Legge federale sul materiale bellico. Una revisione che intende rafforzare la competitività dell'industria svizzera degli armamenti, allentando alcune restrizioni sulle esportazioni e sulle successive riesportazioni.
La Svizzera deve poter contare su una difesa militare credibile e su un'industria degli armamenti solida, innovativa e competitiva. Le esportazioni sono importanti per la sostenibilità economica di questo settore. Ma per valutare la revisione non basta considerarne gli obiettivi dichiarati. Occorre anche interrogarsi sulle possibili conseguenze, soprattutto quando le armi esportate possono essere successivamente trasferite ad altri Paesi.
Nei dibattiti che ho seguito si è parlato molto dell'affidabilità dei partner europei, senza tuttavia approfondire sufficientemente i possibili rischi legati alle riesportazioni. Ancora meno spazio è stato dedicato agli Stati Uniti, anch'essi interessati dalla revisione, verso i quali ritengo necessaria una particolare prudenza viste le loro scelte di politica estera e militare negli ultimi anni.
La modifica legislativa prevede che, per 36 Paesi partner, la dichiarazione di non riesportazione non venga più richiesta sistematicamente. Il Consiglio federale conserverebbe la possibilità di imporla quando lo esigano ragioni di politica estera, neutralità o sicurezza, mentre le autorizzazioni continueranno a dover rispettare gli obblighi internazionali della Svizzera.
Ma quali garanzie avremmo che i controlli previsti siano efficaci e vengano applicati con gli stessi criteri a tutti, indipendentemente dal peso politico ed economico del Paese acquirente? Prendiamo il caso degli Stati Uniti, uno dei 36 Paesi partner. Washington è un importante fornitore militare di Israele, le cui operazioni a Gaza e in Cisgiordania sollevano gravi questioni di rispetto del diritto internazionale umanitario. E, come abbiamo sperimentato negli ultimi anni, è un partner estremamente difficile da gestire.
Quali garanzie può offrire il Consiglio federale affinché armi e munizioni svizzere vendute agli Stati Uniti non vengano successivamente trasferite alle forze armate israeliane e utilizzate contro la popolazione civile palestinese e libanese? Non sostengo che questo sia già accaduto. Mi preoccupa il rischio che possa accadere.
Anche il Sudan ci offre un motivo di riflessione. Il 29 ottobre, grazie alla Catena della Solidarietà e alla collaborazione della SSR, la popolazione svizzera ha donato oltre cinque milioni di franchi per soccorrere le vittime di una guerra devastante. Un gesto che dimostra quanto la solidarietà sia ancora radicata nel nostro Paese. Ma non sarebbe contraddittorio se, mentre raccogliamo fondi per salvare quelle vite, armi o munizioni prodotte in Svizzera potessero raggiungere, attraverso Paesi intermedi, le forze che minacciano quelle stesse popolazioni?
Il Consiglio federale sostiene che le esportazioni continueranno a essere controllate e che, in presenza di rischi elevati, potranno essere richieste garanzie di non riesportazione oppure negate le autorizzazioni. Ma è sufficiente affidarsi a valutazioni preventive quando governi, alleanze e situazioni internazionali possono cambiare? Quali strumenti avremmo per intervenire se un Paese decidesse comunque di trasferire le armi acquistate? E soprattutto, avremmo la volontà politica e la forza necessarie per farli rispettare?
Si tratta di trovare un equilibrio tra interessi economici, difesa nazionale e responsabilità umanitaria. Un equilibrio che dovrebbe valere per tutti, senza distinzioni dettate dalle alleanze politiche o dalla forza economica dei Paesi interessati.
Il prossimo 29 novembre ognuno di noi sarà chiamato a esprimere una scelta. Non intendo suggerire come votare, ma invitare a riflettere sulle conseguenze che quella scelta potrebbe comportare. Perché dietro ogni arma non ci sono soltanto interessi economici e strategie militari. Ci sono anche vite umane. E quando si tratta di vite umane, la nostra coscienza dovrebbe avere almeno lo stesso peso dei nostri interessi, in particolare quando sono toccati i civili.
Lorenzo Onderka
Sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro




