La malattia che non conta

Quando chi vuole tornare a lavorare diventa invisibile
Quando chi vuole tornare a lavorare diventa invisibile
LUGANO - Ci sono risposte che fanno più paura di altre. Una di queste è: «Non abbiamo i dati».
Diciannove domande sono state rivolte al Governo sul percorso delle persone confrontate con malattia, Assicurazione invalidità, assistenza e reinserimento professionale. Ma una domanda, per me, pesa più di tutte: quante persone finiscono in assistenza perché sono malate e non sono ancora riuscite a rientrare nel mondo del lavoro?
Non lo sappiamo.
E per chi questa realtà l’ha vissuta sulla propria pelle, è una risposta che fa male.
Ho lavorato per quasi trent’anni e ho pagato i miei contributi.
Guardandomi, probabilmente nessuno penserebbe che posso essere una persona malata. Mi hanno detto tante volte: «Tu sei una forza della natura».
Ma essere forti non significa non avere dolore o paura. Significa continuare ad andare avanti anche quando gli altri non vedono quanto costa farlo.
Non racconto la mia storia per essere compatita. La racconto perché ci sono persone che, mentre aspettano una decisione dell’AI, una riqualifica professionale o la possibilità di svolgere un lavoro compatibile con ciò che il loro fisico permette, rimangono sospese.
E alcune finiscono in assistenza.
Non perché non vogliano lavorare. Ma perché sono malate e stanno cercando una strada per poter tornare a farlo.
Quando arriva una malattia, infatti, non cambia soltanto il corpo. Cambia la vita. E anche la burocrazia può diventare una montagna: documenti, scadenze, formulari, uffici diversi e decisioni da attendere mentre magari si convive con il dolore o non si sa ancora quale sarà il proprio futuro.
Per questo continuo a tornare a quelle quattro parole: «Non abbiamo i dati».
Perché se non sappiamo quante persone vivono questa situazione, queste persone rimangono invisibili.
Io non voglio essere un numero. Ma almeno vorrei che il mio numero esistesse.
Non credo serva necessariamente creare nuove strutture. Serve innanzitutto vedere queste persone, distinguere le diverse situazioni e coordinare meglio ciò che già esiste, creando percorsi più chiari per chi cerca di ricostruire la propria vita.
Per questo considero importante l’interrogazione portata avanti da Giovanni Albertini, insieme ad Amalia Mirante ed Evaristo Roncelli, e il lavoro e le proposte che ne sono scaturiti.
Non è una battaglia di partito. È una questione che riguarda le persone.
Nessuno sa quando potrà ammalarsi. Succede anche a chi ha lavorato e versato contributi per una vita intera.
È successo a me. E proprio per questo so che potrebbe succedere a chiunque.
Dietro una pratica AI, dietro una domanda di assistenza, dietro un fascicolo appoggiato su una scrivania non c’è un caso. C’è una persona.
Una persona che magari non sta chiedendo di essere mantenuta. Sta chiedendo di essere aiutata a ritrovare la propria autonomia e, quando possibile, il proprio posto nel mondo del lavoro.
Nel 2026 questa realtà non può più rimanere invisibile.
Chi sta facendo di tutto per rialzarsi non può essere lasciato solo proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere accompagnato.




