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È "sbobba". E sembra piacerci

La produzione industriale di contenuti generati dall'intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente la qualità dell'informazione e il modo in cui la consumiamo online. Paolo Attivissimo: «Ci sono contenuti che possono essere pericolosissimi.»
È "sbobba". E sembra piacerci
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È "sbobba". E sembra piacerci
La produzione industriale di contenuti generati dall'intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente la qualità dell'informazione e il modo in cui la consumiamo online. Paolo Attivissimo: «Ci sono contenuti che possono essere pericolosissimi.»

LUGANO - Invadono i social network, rendendo sempre più difficile distinguere le informazioni attendibili da quelle false. Parliamo dei contenuti generati dall'intelligenza artificiale, altrimenti detti "AI slop", un vero e proprio fenomeno culturale ed economico che si fonda sulla produzione industriale di contenuti digitali di scarso valore. Da qui il termine "slop" che letteralmente significa "sbobba". La formula è semplice: massimizzare la produzione e l'engagement senza badare al valore di ciò che viene prodotto. E funziona, si produce molto, si spende poco e si cattura l'attenzione con facilità.

Il problema è che, spesso, il contenuto non è soltanto di basso livello, ma anche privo di fondamento. E i più ne fruiscono senza verifica, perché appare in quel momento in cui le difese sono più basse.

Quali sono dunque i rischi e le conseguenze di questa informazione spazzatura? Ne abbiamo parlato con Paolo Attivissimo, giornalista informatico e cacciatore di bufale.

Pagine social che vivono di questi contenuti sono sempre più comuni.
«Perché sono contenuti facili da produrre e da monetizzare. I social network non stanno necessariamente a verificare se un post sia veritiero o ingannevole. Basta che porti pubblicità e venga fatto circolare.»

Parte del problema, quindi, è la mancanza di controllo da parte delle piattaforme?
«Sì, ma c'è anche un altro aspetto: noi tendiamo a fidarci troppo di quello che vediamo. È comprensibile, perché siamo abituati a pensare che ciò che osserviamo con i nostri occhi sia reale. Questo vale soprattutto per le immagini e i video.»

Come possiamo difenderci?
«Per prima cosa bisognerebbe chiedersi chi sta pubblicando una determinata cosa. Se vedo un video pubblicato da una testata giornalistica posso ragionevolmente pensare che sia stato verificato. Se invece viene condiviso da una persona che non si occupa professionalmente di informazione, non posso dare per scontato che abbia controllato la fonte. Il secondo accorgimento è domandarsi se quello che vediamo sia plausibile. Non parlo della qualità dell'immagine, ma del contenuto: è credibile? È verificabile in qualche modo? Infine, il terzo consiglio è molto semplice: nel dubbio, non condividere e non contribuire alla sua diffusione.»

Si finirà per non credere più a nulla.
«Esattamente. Una delle conseguenze, e forse anche uno degli obiettivi di molta disinformazione, è proprio creare indifferenza. Si finisce per pensare che sia tutto falso, che non sia possibile verificare niente e che quindi non valga più la pena credere a qualcosa. Nel frattempo, però, gli attivisti e i movimenti politici che utilizzano questi strumenti continuano a operare e possono approfittare dell'indifferenza delle persone comuni.»

Non ci sono soltanto video falsi. Circolano anche immagini e schede generate dall'AI che pretendono di fare divulgazione scientifica. Quanto possono essere pericolose?
«Moltissimo. Pensiamo alle informazioni mediche: basta un contenuto che suggerisca di non assumere un medicinale, oppure di prenderne uno quando non serve, per provocare conseguenze potenzialmente fatali.»

Sui social si passa da un contenuto all'altro in pochi secondi. Come sta cambiando il modo di comunicare?
«Oggi bisogna catturare l'attenzione dello spettatore entro i primi due secondi. Se non ci riesci, è troppo tardi, perché probabilmente passerà al contenuto successivo. I video vengono costruiti proprio con questa intenzione. TikTok è stata maestra in questo campo.»

Anche il giornalismo sta investendo sempre di più sui social. Quale futuro vede per chi fa informazione di mestiere?
«È una sfida enorme. Noi giornalisti siamo tenuti a verificare quello che pubblichiamo e ne siamo legalmente responsabili. Chi produce contenuti sintetici e disinformazione, invece, spesso non si assume le stesse responsabilità. D'altra parte, rinunciare ai social sarebbe rischioso: significherebbe lasciare la comunicazione soltanto in mano a chi vuole guadagnare o fare disinformazione.»

Come si può competere senza rinunciare alla qualità?
«Bisognerà trovare nuovi modi per comunicare concetti anche complessi, utilizzando contenuti capaci di attirare immediatamente l'attenzione e offrendo poi l'approfondimento. Non possiamo aspettarci che, in una società sottoposta a stimoli continui, tutti si mettano a leggere testi lunghissimi senza illustrazioni. Del resto, il giornalismo si è già adattato in passato. Basta confrontare i quotidiani di settant'anni fa con quelli di oggi.»

Questo significa adeguarsi al linguaggio dei social?
«Sì, bisogna inventarsi un nuovo modo di comunicare. Magari, invece di iniziare con una lunga spiegazione sul funzionamento di una centrale nucleare o di un retrovirus, si parte da un'affermazione capace di catturare l'attenzione. E poi si raccontano i dettagli. L'importante è riuscire a portare il pubblico verso l'approfondimento.»

Torniamo all'intelligenza artificiale. Se utilizzata con criterio, non è necessariamente uno strumento da demonizzare.
«Il punto è proprio questo: il criterio. Non bisogna confondere la tecnologia con l'incapacità di chi la utilizza. La famosa immagine di Gesù fatto di gamberetti è diventata un simbolo della cosiddetta sbobba prodotta dall'intelligenza artificiale. Chiunque può chiedere a ChatGPT di generare un'immagine, ma questo non significa saper realizzare un prodotto di qualità.»

Questa tecnologia migliora sensibilmente con una velocità spaventosa. Presto ci porterà via il lavoro?
«Credo che il lavoro cambierà profondamente. Posso raccontare la mia esperienza personale. Oltre a fare il giornalista, mi occupo da molti anni di traduzioni tecniche. Con l'arrivo dei sistemi di traduzione assistita e automatica, però, il mio ruolo è cambiato. Oggi non traduco più necessariamente un testo da zero: la prima bozza viene prodotta dall'intelligenza artificiale e io intervengo con le mie conoscenze del settore per verificarla e correggerla».

Diventeremo quindi supervisori dell'intelligenza artificiale?
«Probabilmente sì. Il nostro compito sarà sempre più quello di controllare la qualità dei risultati prodotti dalle macchine.»

A fare da contraltare c'è la qualità percepita. Sempre più bassa.
«Questo si collega a un fenomeno che ha un nome tecnico: enshittification. Indica, in sostanza, il progressivo deterioramento della qualità di prodotti e servizi. È qualcosa che osservavamo già prima dell'arrivo dell'intelligenza artificiale. Pensiamo alle locandine dei film: molti poster contemporanei sono realizzati con composizioni fotografiche piuttosto banali, spesso di qualità discutibile. Una volta c'erano grandi artisti che creavano manifesti memorabili. Oggi molte immagini vengono prodotte in serie e a basso costo. L'intelligenza artificiale può accentuare questa tendenza, ma non l'ha inventata».

ChatGPT, Gemini e simili sono entrati rapidamente nella vita quotidiana. Per ora gratuitamente...
«Non credo che questa situazione possa durare per sempre. Le aziende stanno facendo investimenti immensi e prima o poi dovranno recuperarli. Molte aziende del settore stanno investendo enormemente nella speranza di recuperare i costi attraverso gli abbonamenti. Alcuni economisti parlano già da tempo di una possibile bolla speculativa. Prima o poi bisognerà trovare un equilibrio economico. L'intelligenza artificiale potrebbe diventare un servizio a pagamento come tanti altri. Del resto, è già successo con altre tecnologie che utilizziamo quotidianamente.»

E a quel punto potremo ancora scegliere di farne a meno?
«Si può fare gli snob per un po', ma quando un prodotto diventa effettivamente utile ed ecologicamente sostenibile, perché rinunciarvi? L'importante è conoscerne i limiti.»

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