La sicurezza ha un prezzo. Ma chi lo paga?

Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Il Consiglio federale intende rafforzare in modo importante la capacità di difesa della Svizzera. Per finanziare gli investimenti supplementari negli armamenti propone un aumento temporaneo dell'aliquota normale dell'IVA di 0,5 punti percentuali per dodici anni.
Non entro nel merito della necessità e delle modalità del rafforzamento dell'esercito. Non possiedo le competenze militari per stabilire quali sistemi siano necessari, in quali quantità e con quali priorità. Il deterioramento della situazione internazionale è però evidente ed è legittimo che la Svizzera si interroghi sulla propria capacità di difesa.
Vorrei invece soffermarmi su una domanda diversa: chi deve finanziare questo sforzo straordinario?
Recentemente il Parlamento ha scelto ancora una volta l'IVA quale strumento per contribuire al finanziamento della 13ª rendita AVS, approvando un aumento di 0,4 punti percentuali sul quale il popolo sarà chiamato a esprimersi. Posso comprendere questa logica. La 13ª AVS nasce da una decisione popolare e va a beneficio della popolazione. Attraverso l'IVA partecipano al suo finanziamento tutti i consumatori, compresi gli stessi pensionati. In un certo senso, il popolo finanzia una prestazione che il popolo ha voluto.
Nel caso della difesa, però, la riflessione può essere più ampia. La sicurezza della Svizzera è certamente nell'interesse di ogni cittadino, che può quindi essere chiamato a contribuire attraverso l'IVA. Ma è altrettanto nell'interesse della nostra economia.
Un Paese sicuro protegge persone, aziende, stabilimenti, infrastrutture, reti di comunicazione, approvvigionamenti e investimenti. La stabilità e la sicurezza sono condizioni fondamentali anche per produrre, commerciare e investire. Alcuni settori potranno beneficiare direttamente delle nuove commesse legate alla difesa; l'economia nel suo complesso beneficia comunque della sicurezza che questi investimenti intendono garantire.
Perché allora affidare il finanziamento supplementare essenzialmente ai consumi? Non sarebbe più equilibrato discutere di una partecipazione condivisa?
Una parte potrebbe continuare a essere finanziata attraverso un aumento temporaneo dell'IVA, coinvolgendo così la popolazione. Un'altra potrebbe provenire da un aumento, anch'esso temporaneo e vincolato allo stesso obiettivo, dell'imposta federale diretta sugli utili delle persone giuridiche.
Non si tratta di contrapporre cittadini e imprese, né tantomeno di penalizzare l'economia. Al contrario: si tratterebbe di riconoscere che cittadini ed economia fanno parte della stessa comunità e condividono il medesimo interesse ad avere un Paese sicuro.
Del resto, lo stesso Consiglio federale ha recentemente deciso che l'aumento ordinario delle spese dell'esercito fino all'1% del PIL sarà finanziato attraverso il bilancio federale, indicando proprio le maggiori entrate provenienti dall'imposta sugli utili tra le ragioni che hanno creato questo nuovo margine finanziario.
Non propongo aliquote né percentuali di ripartizione. Queste spettano alla politica e richiedono valutazioni approfondite sulle conseguenze economiche. Propongo semplicemente di allargare la discussione.
Se rafforzare la difesa è una necessità nazionale, allora anche il modo di finanziarla dovrebbe riflettere questa dimensione collettiva. La sicurezza è un bene comune. Perché non dovrebbe esserlo anche lo sforzo necessario per finanziarla?



