Mobilità a due velocità: il Cantone decide chi vale di più tra giovani, studenti e apprendisti

BELLINZONA - Nel Cantone Ticino, il tema della mobilità giovanile non è più soltanto una questione di trasporti, ma una scelta politica che incide direttamente sull’equità sociale. Da un lato, il Cantone riconosce e sostiene gli apprendisti con uno sconto del 40% sull’abbonamento Arcobaleno per i mezzi pubblici, treno e bus. Dall’altro, una larga parte degli studenti - per lo più interamente a carico delle famiglie - non beneficia di alcun sostegno e deve pagare integralmente il costo dell’abbonamento.
Una distinzione che, pur partendo da criteri burocratici e di appartenenza, produce una conseguenza concreta: giovani che si muovono con un sostegno pubblico e altri che, a parità di bisogni formativi e di spostamento, ne restano esclusi. Da qui nasce e prende forma l’idea, sempre più difficile da ignorare e da giustificare, di una generazione a due velocità.
La domanda di fondo è piuttosto semplice, benché possa apparire scomoda: su quale principio si decide chi merita un aiuto e chi no? Perché se è vero che l’apprendistato rappresenta un pilastro dell’economia e della formazione duale svizzera - che integra lavoro e scuola - è altrettanto vero che anche gli studenti liceali, tecnici o universitari si trovano in una fase della vita in cui la mobilità non è affatto un lusso, ma una condizione necessaria per studiare, formarsi e accedere alle opportunità scolastiche, formative, ricreative e culturali.
La mobilità, in questo senso, non si può considerare come un servizio accessorio, ma rappresenta un’infrastruttura sociale silenziosa: determina la possibilità di frequentare una scuola, raggiungere un luogo di formazione, accedere a un tirocinio o partecipare a un’attività culturale. Quando questa infrastruttura viene sostenuta in modo tanto selettivo, come lo è oggi, si finisce automaticamente per incidere indirettamente sulle opportunità e sulla qualità di vita dei giovani.
Il rischio non è soltanto economico, ma soprattutto culturale e sociale, poiché si crea una percezione implicita: che alcuni percorsi formativi siano più “degni” di sostegno pubblico rispetto ad altri. Nel lungo periodo, questo può alimentare un senso di disparità tra giovani che condividono la stessa fase della vita, ma non le stesse condizioni di partenza né le stesse opportunità.
Naturalmente, ogni politica pubblica deve fare i conti con risorse finite e criteri di priorità, ma proprio per questo la scelta dei criteri diventa decisiva. Se l’equità è il principio guida, le differenze di trattamento smettono di essere una semplice opzione politica e diventano una contraddizione evidente. La domanda, allora, non può essere soltanto “Chi aiutiamo?”, ma anche “Chi stiamo lasciando fuori e perché?”.
Il trasporto pubblico non può essere ridotto a una semplice voce di costo da ottimizzare, come troppo spesso accade, né a un beneficio da distribuire secondo logiche frammentate e selettive. È uno strumento essenziale di coesione territoriale e sociale, in un Cantone dove la geografia impone ogni giorno spostamenti lunghi, complessi e persino onerosi. Riconsiderare il sostegno alla mobilità giovanile non significa negare le misure esistenti, ma interrogarsi sulla loro coerenza complessiva. Un sistema che sostiene solo alcune categorie di giovani rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare le disuguaglianze proprio nel momento in cui dovrebbe ridurle.
La sfida, allora, non è semplicemente estendere o meno uno sconto, ma decidere se la mobilità dei giovani debba essere considerata un diritto legato alla formazione, indipendentemente dal percorso intrapreso, oppure un beneficio frammentato, concesso a seconda del percorso scolastico o della condizione contrattuale. È qui che si misura la direzione di una politica pubblica: non solo in ciò che offre, ma anche in ciò che sceglie di lasciare deliberatamente fuori e di escludere.




