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ELIO DEL BIAGGIO

La maggioranza che non basta

Elio Del Biaggio
Elio Del Biaggio
Fonte ELIO DEL BIAGGIO
La maggioranza che non basta
Elio Del Biaggio

Nella democrazia diretta svizzera, iniziative e referendum producono spesso risultati formalmente chiari ma politicamente più sfumati. È il caso, tutt’altro che raro, di votazioni con una partecipazione al voto attorno al 50% e un’approvazione che supera di poco la metà dei votanti.

Sulla carta, la decisione è presa e la maggioranza dei votanti ha scelto: è la regola della democrazia diretta, che va rispettata. Ma limitarsi a questo significherebbe chiudere gli occhi su una realtà ben più complessa e decisamente meno rassicurante.

Perché, tradotto in termini concreti, un risultato del genere racconta tutt’altro: poco più di un cittadino su quattro ha effettivamente sostenuto o respinto la proposta. E gli altri? Metà dell’elettorato non si è espressa, mentre una quota tutt’altro che marginale di chi ha votato si è schierata in senso opposto. Non è un dettaglio: è un segnale chiaro, che merita attenzione e non può essere liquidato con leggerezza.

È proprio qui che affiora il punto decisivo: non la legittimità formale, che resta indiscussa, ma quella sostanziale. Quanto è davvero solido, politicamente e socialmente, un cambiamento sostenuto da una base di elettori così ristretta?

Quando metà degli elettori resta a casa, il segnale è chiaro: si manifesta una distanza crescente tra istituzioni e cittadini, tra i temi proposti e la loro effettiva capacità di coinvolgere. L’astensione non è mai neutra: può riflettere una fiducia implicita nel sistema, ma anche disinteresse, distanza, rassegnazione o sfiducia. E quando una quota così significativa di elettorato resta ai margini, il segnale merita attenzione e non va sottovalutato, perché rischia di rafforzare l’idea che, comunque vada, cambi poco.

E proprio per questo, partecipare non è un dettaglio ma una responsabilità. Anche una scheda bianca vale più del silenzio: rinunciare al voto significa soltanto lasciare ad altri decisioni che, in fondo, riguardano e coinvolgono tutti.

C’è poi il tema della legittimità sostanziale: non quella giuridica, che è indiscutibile, ma quella politica e morale. Una decisione presa con margini così stretti e con una partecipazione così contenuta difficilmente può essere letta come un mandato forte.

Piuttosto, appare come una linea tracciata in equilibrio precario, che richiederebbe prudenza, ascolto e, soprattutto, la capacità di non dividere ulteriormente.

E invece, troppo spesso, risultati di questo tipo vengono rivendicati come vittorie piene, definitive, quasi plebiscitarie. È un errore, perché accentua le fratture, indebolisce la fiducia nelle istituzioni, irrigidisce le posizioni e ignora quella metà silenziosa che, per scelta o per disillusione, non ha partecipato.

Una democrazia sana non si misura solo dal rispetto delle regole, ma anche dalla qualità della partecipazione e dal grado di consenso reale che riesce a costruire. Vincere con il minimo indispensabile non è necessariamente un successo politico: può essere, al contrario, segnale di fragilità e sintomo di un sistema che fatica a convincere.

Forse, allora, il vero risultato non è tanto il “sì” o il “no”, quanto quel 50% che manca, dove si gioca la partita più importante. Perché una decisione può anche essere approvata o respinta, ma senza una comunità che la senta davvero propria rischia di restare fragile, contestata e, in fondo, incompiuta. È proprio da qui che passa la sfida più grande per la politica: rendere le decisioni non solo valide e giustificabili, ma anche comprese e condivise.

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