La falsa sostenibilità dell’UDC

Yannick Demaria, Gioventù Socialista Ticino
L’iniziativa dell’UDC “No a una Svizzera da 10 milioni” rappresenta uno degli esempi più evidenti di come la destra nazionalista tenti oggi di riformulare il proprio discorso storico contro la migrazione, rivestendolo di una patina apparentemente ecologica e amministrativa. Dietro la freddezza di una soglia demografica, dietro il lessico della “sostenibilità” e della “gestione responsabile”, si riconosce senza difficoltà la stessa logica politica che da decenni alimenta campagne fondate sulla paura, sulla costruzione del nemico interno e sulla trasformazione delle persone migranti in capri espiatori delle contraddizioni sociali del Paese.
L’operazione dell’UDC è tanto più grave perché si innesta su problemi reali. Gli affitti crescono, i salari restano sotto pressione, i trasporti pubblici faticano a rispondere ai bisogni della popolazione, il territorio viene consumato da una politica edilizia spesso subordinata alla rendita, mentre la crisi climatica rende sempre più urgente una trasformazione radicale del nostro modello economico. L’UDC intercetta queste inquietudini e le svuota del loro contenuto sociale, indirizzandole contro chi dispone di meno potere politico, meno protezioni giuridiche e meno possibilità di difendersi. In questo consiste la violenza profonda dell’iniziativa: essa organizza politicamente la paura, la separa dalle sue cause materiali e la converte in ostilità verso le persone straniere.
La pretesa ecologica dell’iniziativa è particolarmente indecente. Un partito che ha combattuto sistematicamente le politiche climatiche, che difende gli interessi dei grandi patrimoni, delle rendite immobiliari, delle imprese e dei settori più ostili a una trasformazione sociale dell’economia, pretende ora di presentarsi come custode delle risorse e del territorio. Questa improvvisa conversione alla sostenibilità non esprime alcuna presa di coscienza ambientale; segnala piuttosto l’adattamento tattico di una forza politica che, di fronte all’evidenza della crisi climatica, tenta di piegarne il linguaggio a una visione autoritaria, nazionalista e razzista della società.
La crisi ecologica, infatti, non nasce dal numero astratto delle persone che abitano un Paese, bensì da un sistema economico fondato sull’accumulazione privata, sulla crescita infinita, sulla mercificazione del territorio e sulla possibilità, garantita a pochi, di consumare e inquinare in misura enormemente superiore alla maggioranza della popolazione. Parlare di “troppi abitanti” permette all’UDC di evitare accuratamente il cuore del conflitto: chi possiede, chi decide, chi trae profitto dalla distruzione dell’ambiente e chi ne paga le conseguenze. La sua ecologia finisce così per colpire i corpi migranti, lasciando intatti i patrimoni, le lobby fossili, la speculazione immobiliare e la finanza che continua a investire in attività distruttive.
Lo stesso meccanismo vale per la questione sociale. La crisi dell’alloggio non deriva dalla presenza di persone straniere, ma da un mercato immobiliare lasciato troppo spesso alla logica della rendita e della massimizzazione dei profitti. La pressione sui salari non è prodotta dalla migrazione in sé, ma dall’uso padronale della concorrenza tra lavoratrici e lavoratori, soprattutto quando una parte di essi viene mantenuta in una condizione di maggiore precarietà giuridica e sociale. Le difficoltà dei servizi pubblici non sono il risultato di una generica “sovrappopolazione”, ma di anni di politiche fiscali e sociali che hanno indebolito la capacità dello Stato di rispondere ai bisogni collettivi. Attribuire tutto questo alla migrazione significa costruire una menzogna politicamente utile: una menzogna che protegge chi accumula ricchezza e potere, mentre espone chi lavora, chi fugge, chi attraversa frontiere e chi vive in condizioni di maggiore vulnerabilità.
Il carattere classista dell’iniziativa emerge con particolare chiarezza se si osservano le sue conseguenze sul lavoro. Ogni irrigidimento del diritto di soggiorno aumenta il potere di ricatto nei confronti delle persone migranti. Chi sa che il proprio permesso dipende dalla stabilità dell’impiego, dalla benevolenza di un datore di lavoro o da criteri amministrativi sempre più restrittivi sarà meno incline a denunciare abusi, a rifiutare salari indegni, a contestare orari insostenibili, a rivendicare diritti sindacali. La politica migratoria, in questo senso, diventa una politica del disciplinamento della forza lavoro. L’UDC finge di proteggere la popolazione residente, mentre contribuisce a creare le condizioni perché una parte della classe lavoratrice sia più sfruttabile, più isolata e più ricattabile.
Questa divisione non resta confinata alle persone direttamente colpite. Quando una parte di chi lavora viene privata di sicurezza e diritti, l’intero mondo del lavoro ne risulta indebolito. Il padronato trae vantaggio da una società in cui lavoratori svizzeri, frontalieri, migranti, richiedenti l’asilo e sans-papiers vengono messi gli uni contro gli altri, invece di riconoscere la comunanza dei loro interessi. La retorica dell’UDC ha precisamente questa funzione: sostituire il conflitto sociale con il rancore nazionale, impedire che la rabbia contro salari bassi, affitti insostenibili e precarietà si rivolga verso chi trae profitto da queste condizioni.
Per questo l’iniziativa va respinta con fermezza. Essa non offre alcuna soluzione seria alla crisi climatica, non migliora le condizioni di lavoro, non rende più accessibili gli alloggi, non rafforza i servizi pubblici e non aumenta la qualità della vita della popolazione. Produce invece esclusione, ricatto e paura. Riduce la politica a contabilità demografica e trasforma la dignità delle persone in una variabile subordinata al passaporto, al luogo di nascita e alla presunta utilità economica.
Una risposta all’altezza delle crisi che attraversiamo dovrebbe muoversi nella direzione opposta: rafforzare i diritti di chi lavora, impedire il dumping salariale attraverso controlli seri e contratti collettivi vincolanti, sottrarre l’alloggio alla pura logica della rendita, investire nei trasporti pubblici e nei servizi essenziali, finanziare la transizione ecologica facendo contribuire in modo sostanziale i grandi patrimoni e gli interessi economici che più beneficiano dell’attuale modello di sviluppo. Una democrazia coerente dovrebbe inoltre riconoscere che chi vive stabilmente in Svizzera, lavora, paga le imposte, cresce figli e partecipa alla vita sociale del Paese deve poter avere voce politica.
Il voto del 14 giugno riguarda dunque molto più di una cifra. Esso mette in gioco il modo in cui vogliamo nominare le crisi del presente e il coraggio politico con cui intendiamo affrontarle. L’UDC propone una società chiusa, gerarchica, sospettosa, nella quale la paura viene amministrata attraverso i confini e le persone più vulnerabili vengono offerte come bersaglio alla frustrazione collettiva. A questa prospettiva bisogna opporre una Svizzera sociale, antirazzista e solidale, capace di colpire le cause reali delle disuguaglianze e della crisi climatica.
Per il diritto d’asilo, per la dignità del lavoro, per una vera giustizia climatica e per una democrazia che non misuri il valore delle persone in base al passaporto: no all’iniziativa UDC “No a una Svizzera da 10 milioni”.



