Votiamo davvero ciò che pensiamo di votare?

Elio Del Biaggio
In Svizzera votare è un atto quasi naturale: fa parte della cultura civica, dell’identità stessa del Paese. Si vota spesso, su tutto, con convinzione, anche se la partecipazione al voto lascia spesso a desiderare. Ma proprio per questo, una domanda scomoda merita di essere posta: siamo sempre sicuri di aver capito fino in fondo cosa stiamo votando?
Perché tra il titolo sulla scheda di voto e il contenuto reale di un’iniziativa può aprirsi un divario significativo. Un divario fatto di parole scelte con cura, di formule accattivanti, di concetti ampi che rassicurano ma che, una volta tradotti in legge, assumono contorni ben più precisi, e talvolta molto diversi da quelli immaginati.
Gli esempi non mancano: l’iniziativa “No Billag”, ad esempio, si presentava con uno slogan semplice, diretto e quasi liberatorio: “niente più canone”. Molti elettori, convinti di votare contro il canone, hanno invece scelto il “no”, pur essendo in realtà favorevoli alla sua abolizione.
Allo stesso modo, l’iniziativa “Contro l'immigrazione di massa” proponeva un concetto forte ma vago: limitare l’immigrazione “di massa”. Ma cosa significasse concretamente, e come applicarlo senza entrare in conflitto con accordi internazionali, è diventato chiaro solo dopo, e pure con fatica.
Lo stesso vale per “Per abitazioni a prezzi accessibili”: una formulazione apparentemente ovvia, quasi scontata, che nascondeva però un intervento significativo dello Stato nel mercato immobiliare.
E ancora: chi potrebbe essere contrario a imprese “responsabili”? Eppure l’iniziativa “Per imprese responsabili” conteneva meccanismi giuridici complessi, ben più articolati del titolo.
E poi ci sono i casi più tecnici, ma non per questo più chiari. A livello cantonale, votazioni sull’armonizzazione e l’aumento dei valori di stima immobiliare vengono presentate con formule burocratiche, difficili da decifrare. La sostanza è però semplice: cambiano le basi di calcolo e aumenta la pressione fiscale sui proprietari di abitazione, ma questo, nel titolo, non lo si legge.
E ancora: chi potrebbe opporsi a “prezzi accessibili”, a “responsabilità”, a “equità”? Probabilmente, pochi o nessuno.
Ed è proprio qui che si nasconde il problema: il linguaggio della politica diretta, che dovrebbe chiarire, finisce invece per semplificare fino a distorcere oppure, peggio ancora, tenta di orientare, se non di influenzare, il voto in una certa direzione. Non si tratta necessariamente di malafede, ma non si può nemmeno parlare di innocenza: i promotori di un’iniziativa sanno perfettamente che il titolo è la prima - e spesso unica - chiave di lettura per molti cittadini e lo costruiscono di conseguenza.
A dire il vero, l’aspetto più imbarazzante è che una parte dell’ambiguità non risiede soltanto nei titoli dei testi in votazione, ma anche nell’approccio di chi vota. Sempre più spesso si decide in modo rapido e superficiale, per sentito dire, o per la mancanza di volontà di approfondire e ragionare con la propria testa: si legge un titolo, si coglie una parola - “meno tasse”, “più equità”, “stop a qualcosa” - e si vota. Tutto il resto passa in secondo piano, quando non viene proprio ignorato, indipendente dall’effetto reale e dalle conseguenze che questo potrebbe avere per le proprie tasche.
Il paradosso è evidente: in uno dei sistemi più avanzati di democrazia diretta, la chiarezza - che dovrebbe essere un pilastro - non è sempre garantita. E quando manca chiarezza, anche la responsabilità del voto si indebolisce. Eppure, la soluzione sarebbe semplice: dire chiaramente su cosa si vota, senza ambiguità e senza titoli che suggeriscono una cosa e contenuti che ne implicano un’altra.
In altre parole: mettere il cittadino nelle condizioni di rispondere in modo lineare e inequivocabile - “sì” se è d’accordo, “no” se è contrario - sapendo esattamente a cosa sta dicendo “sì” o “no”.
Perché votare non è solo scegliere, ma significa capire davvero cosa si sta scegliendo, con tutte le sue conseguenze e le sue ricadute. La democrazia diretta non è solo un diritto, ma è una responsabilità condivisa: della politica, che deve essere trasparente, ma anche dei cittadini, che devono essere consapevoli.
E prendere in giro l’elettorato - o prenderlo in giro e confonderlo da formule ambigue - è un lusso che una democrazia come la nostra non può permettersi.



