«Audaci e temerari». Tutti condannati per la rapina al Taleda

Pene tra i 28 mesi e i 14 anni per i sette imputati per il colpo fallito del 2 luglio 2024. Per capo della banda confermato il tentato assassinio. Il giudice Pagnamenta: «Per garantirsi la fuga ha tentato di sparare all’agente»
Pene tra i 28 mesi e i 14 anni per i sette imputati per il colpo fallito del 2 luglio 2024. Per capo della banda confermato il tentato assassinio. Il giudice Pagnamenta: «Per garantirsi la fuga ha tentato di sparare all’agente»
LUGANO - «Si è trattato di un piano attentamente elaborato. Le armi. La predisposizione di veicoli per la fuga. Il controllo del tragitto da seguire per poi fuggire. Il controllo del valico doganale prima di giungere sul nostro territorio. Passando poi al bottino, che se realizzato sarebbe stato superiore al milione di franchi. Audaci e temerari. Hanno superato il confine armati e hanno colpito in pieno giorno, in centro città». E «il piano non è stato abbandonato nemmeno quando è arrivata la Polizia». Queste le parole del giudice Amos Pagnamenta nel pronunciare la sentenza per la rapina alla gioielleria Taleda del 2 luglio 2024. In altre parole, tutti condannati per rapina aggravata.
La Corte, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta – affiancato dai giudici a latere Luca Zorzi ed Emilie Mordasini – non ha fatto troppi sconti e ha in sostanza confermato il quadro formulato dall’accusa (promossa dal procuratore pubblico Simone Barca) nei confronti dei sette autori della rapina, consumata ma poi fallita.
Da 28 mesi a 14 anni. Tutti espulsi
Il capo della banda, accusato anche di tentato assassinio, è stato condannato a 14 anni ed espulsione a vita dalla Svizzera. Per il resto del quartetto, 9 anni per il 48enne croato, 8 anni per il 37enne serbo (con 12 anni di espulsione per entrambi) e 6 anni (ed espulsione per 10 anni) per il 36enne serbo. Gli altri tre imputati, con un ruolo minore, sono invece stati condannati a 5 anni (per il 51enne austriaco), 4 anni e 8 mesi (il 34enne albanese) e 28 mesi (di cui 14 da espiare) per la 30enne albanese. Espulsione anche per loro.
La mente di tutto, un Pink Panther
Partendo dal quartetto che ha fisicamente assaltato la gioielleria in via Pessina. A partire dalla mente di tutto. Il 50enne serbo, la cui affiliazione al noto gruppo criminale Pink Panthers era considerata appurata già nelle pagine del corposo atto d’accusa. «Un soggetto ampiamente conosciuto all’estero», aveva spiegato il procuratore pubblico Simone Barca, evocando un curriculum criminale arricchito da diverse rapine in giro per l’Europa.
«La partecipazione del 50enne emerge in modo incontrovertibile dagli atti. Lui stesso ha riconosciuto di essere l’ideatore e l’organizzatore. Il piano prevedeva un’azione rapida, al massimo 30 secondi, e poi la fuga. I fatti per quanto lo riguardano sono accertati».
«Per garantirsi la fuga ha tentato di sparare all’agente»
«In una frazione di secondo l’imputato ha impugnato l’arma, ha sporto il braccio con l’arma e ha fatto un leggero movimento, prima di ritirarsi. Fulcro della vicenda è sapere se ha tentato o meno di sparare. Contrariamente a quanto dichiarato dal 50enne, non si tratta della parola di uno contro l’altro. A fare chiarezza giunge la perizia che giunge al fatto che l’imputato ha con grande verosimiglianza tirato il grilletto. Non si tratta di una perizia di parte. E la Corte non ha motivo di distanziarsi».
Inoltre, ha sottolineato Pagnamenta, se le armi avessero dovuto avere solo la funzione di intimidire, non sarebbe stato necessario avere armi vere e cariche. «Con agghiacciante freddezza ha continuato a riempire lo zaino» e «per garantirsi la fuga ha tentato di sparare all’agente». Un disprezzo per la vita umana «che mette i brividi», ha commentato il giudice.
Gli altri
Per i tre che non hanno preso parte, fisicamente, al colpo, «il loro ruolo è da accertare in modo differente», ha sottolineato Pagnamenta. Il 51enne austriaco «è l’unico che ha fornito una versione alternativa, in sostanza dicendo di essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il suo ruolo emerge tuttavia in modo incontestabile. Si è occupato di molti aspetti legati alla logistica del piano». Inoltre, ha spesso cambiato le sue versione (venendo puntualmente smentito) in alcuni casi, ha aggiunto il giudice, «rasentando il ridicolo».
Il 34enne albanese «ha partecipato alla fase di ricognizione e ha coordinato la fase logistica. La sua tesi di essere stato un accompagnatore ignaro è incompatibile» con quanto emerso dall’inchiesta. «La strategia di ritrattare non ha pagato». Infine, la 30enne albanese, complice e non correa dei fatti, «ha mantenuto una posizione lineare. Le sue dichiarazioni però non reggono a un esame critico». In particolare, il fatto di essere al corrente di tanti elementi, che lei sostiene di aver saputo solo dopo il colpo fallito da parte del 34enne (con, lo ricordiamo, aveva una relazione).
Non solo in Ticino
Alcuni degli imputati, lo ricordiamo, erano inoltre a processo anche per rapine compiute nella Svizzera romanda, in particolare a Montreux, nel dicembre 2023. Nell'atto d'accusa, i primi tre imputati –ossia il capobanda, il 37enne serbo e il 48enne croato – vengono di fatto indicati come «membri di una banda organizzata a livello internazionale, avendo essi già partecipato, alternandosi fra di loro e con altri membri, ad almeno altre cinque rapine con analogo modus operandi».







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