Membri dei Pink Panthers o degli «scappati di casa»?

È stato tentato assassinio o no? Appartenevano al famigerato network criminale? Venerdì la sentenza sul colpo fallito alla gioielleria Taleda
È stato tentato assassinio o no? Appartenevano al famigerato network criminale? Venerdì la sentenza sul colpo fallito alla gioielleria Taleda
LUGANO - Si riunirà domani mattina in camera di consiglio la corte presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, prima di pronunciare la sentenza sul processo per il colpo alla gioielleria Taleda di Lugano — e per alcuni degli imputati, anche il coinvolgimento in altre rapine avvenute nella Svizzera romanda —, attesa per venerdì mattina.
Il quadro tracciato dall'accusa è chiaro. Il procuratore pubblico Simone Barca, nella sua requisitoria, ha restituito la fotografia di una banda ben organizzata che ha agito seguendo «un piano studiato nei minimi dettagli» nel tempo, contestando le versioni presentate dagli imputati nel corso della fase istruttoria. «Negheranno di aver confezionato nei minimi dettagli il piano per la rapina. Hanno anche menzionato in un verbale di essere “degli scappati di casa”. Di aver scelto su due piedi l’obiettivo. Di non aver avuto un preciso piano di fuga. Hanno anche negato di avere effettuato dei sopralluoghi. Peccato per loro che l’ottimo lavoro degli inquirenti ha permesso di ricostruire quanto accaduto prima, durante e anche nei momenti successivi alla rapina».
«La mente era una sola»
E in tutto il disegno criminoso, «la mente del piano era solo una». Si parla del principale imputato, il 50enne serbo, sulla cui persona pesano gli addebiti più gravi contenuti nel corposo atto d'accusa. In particolare, quello di tentato assassinio nei confronti di un agente della polizia comunale di Lugano. «Era pronto a tutto. Anche a togliere la vita a una persona», ha affermato Barca, che ha chiesto nei suoi confronti una pena di 15 anni di carcere più l'espulsione a vita.
La difesa di quello che è stato riconosciuto a tutti gli effetti come il capobanda, ha però contestato però l'accusa più grave. Nel merito, lo ricordiamo, l'accusa aveva sottolineato che il 50enne aveva tentato di tirare il grilletto almeno una volta mentre puntava l'arma, assicurata, alla testa di uno degli agenti intervenuti pochi secondi dopo che il quartetto si era introdotto nella gioielleria. «È una persona che conosce le armi e non avrebbe avuto problemi a rimuovere la sicura se avesse voluto esplodere il colpo». «Non ha mai perso la lucidità» e al riparo della porta «avrebbe avuto tutto il tempo di rimuovere la sicura» dell’arma se ne avesse avuto l’intenzione, ha sostenuto la difesa.
Rapinatori sì. «Pink Panthers no»
Il 50enne, come emerso dalla requisitoria del pp, era «un soggetto ampiamente conosciuto all'estero», per precedenti rapine, a Lubiana e Atene, e già condannato. In merito al fatto che fosse un membro della rete dei Pink Panthers, la difesa però si è opposta. «In tutti gli atti del procedimento non vi è traccia di un collegamento». E questa è una linea comune che è emersa anche dalle arringhe pronunciate in difesa degli altri sei imputati.
Anche per gli altri membri del quartetto che, fisicamente, è entrato alla gioielleria Taleda per compiere la rapina, le difese hanno contestato qualsiasi affiliazione al famigerato network criminale. Il 37enne serbo «è solo una pedina» e la sua presunta appartenenza ai Pink Panthers «è tutta da dimostrare». Il 48enne croato «un cane sciolto». Il 36enne serbo «ha sbagliato ma non è un Pink Panther. In passato non ha mai commesso reati». È stato, citiamo la difesa, «l'utile idiota della rapina».
Gli autisti
Restano gli ultimi tre imputati, ovvero quelli che non hanno messo piede all'interno del negozio di via Pessina. E anche in questo caso, da parte di tutti è stata contestata l'appartenenza alle famigerate "pantere rosa". «L’atto di accusa del procuratore pubblico disegna un quadro monolitico. Dove la parola banda diventa il tappeto sotto il quale nascondere responsabilità e consapevolezza dei singoli», ha affermato il difensore del 51enne austriaco, uno dei due "autisti". «Non era il regista né l’attore protagonista. È incensurato. Non ha mai commesso una rapina», ha proseguito l'avvocato difensore, chiedendo la derubricazione da correo a complice e una «pena massicciamente ridotta».
Anche nel caso del sesto imputato, il 36enne albanese, la difesa affermato che «non deve essere giudicato per ciò che hanno fatto gli altri», sottolineando che «al momento della rapina non si trovava sul suolo svizzero». Ha avuto un ruolo «marginale». In altre parole, «la fase decisiva avviene senza di lui».
Infine, la 30enne albanese, unica donna imputata, coinvolta dall'appena citato 36enne con cui, al tempo, aveva una relazione. La sua difesa ha spiegato che il suo coinvolgimento è avvenuto all'ultimo momento, «il giorno prima dei fatti», per sostituire una persona che si era tirata indietro. Ha ammesso che «riteneva solo di dover accompagnare una persona che non poteva entrare in Svizzera» e che «se avesse saputo che era una rapina non avrebbe mai partecipato». Inoltre, il suo avvocato difensore ha affermato che la stessa aveva ricevuto minacce di morte da parte del 36enne perché aveva intenzione di autodenunciarsi. Una situazione che l'ha portata, nel luglio 2024, anche a tentare il suicidio. «Oggi mi vergogno di essere qua. Mi dispiace per l'accaduto», ha detto prendendo la parola negli ultimi istanti del dibattimento.
Le richieste di pena
Nei confronti del 50enne serbo, la mente del piano, accusato anche di tentato assassinio, il procuratore pubblico Barca ha chiesto una pena di 15 anni e l’espulsione a vita. Le altre richieste per il resto del quartetto: per il 48enne croato vengono chiesti 12 anni e l’espulsione per 12 anni; per il 37enne serbo 10 anni e l’espulsione per 12 anni; per il 36enne serbo 8 anni e 3 mesi e l’espulsione per 12 anni. Infine gli ultimi tre imputati. Per il 51enne austriaco e il 34enne albanese l’accusa chiede rispettivamente 8 anni e 3 mesi e 8 anni, con 12 anni di espulsione per entrambi. Per l’ultima imputata, la 30enne albanese, il pp ha chiesto 3 anni e 10 mesi da espiare e l’espulsione per 7 anni.





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