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LUGANO

Rapinatori sì. Pink Panthers «no»

Secondo giorno di processo per il colpo alla gioielleria Taleda. Per il capobanda l'accusa chiede 15 anni e l'espulsione a vita. La parola alle difese
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Secondo giorno di processo per il colpo alla gioielleria Taleda. Per il capobanda l'accusa chiede 15 anni e l'espulsione a vita. La parola alle difese

Secondo giorno di processo per il colpo fallito alla gioielleria Taleda di Lugano. Ieri, i sette imputati sono stati interrogati dal giudice Amos Pagnamenta in merito alla loro situazione personale e a quanto dichiarato in fase d'inchiesta. Il dibattimento, lo ricordiamo, si svolge per motivi di sicurezza all'interno del carcere della Farera e viene trasmesso in streaming nell'aula maggiore del Palazzo di Giustizia.

16:40

Il dibattimento è sospeso. Si riprende domani alle 9.30.

16:19

Un’arma scalcinata e un «caotico epilogo»
Nel contestare l’aggravante di appartenere alla banda, la difesa del 48enne ha parlato di una delle armi utilizzate nel colpo, la quale risultava essere già stata adoperata in un colpo precedente nella Svizzera romanda. In sostanza, afferma l’avvocato Genovini, il membro di una delle bande più famigerate d’Europa difficilmente si sarebbe trascinato dietro la stessa pistola per mesi. Inoltre, anche il «caotico epilogo» dimostra che il gruppo non era preparato all’arrivo della polizia. Un elemento che, prosegue, poco si sposta con quella che è la realtà riconosciuta di una banda come i Pink Panthers.

16:12

Contatti «limitati al colpo di Lugano»
Entrando poi nel dettaglio dei legami con i correi, l’avvocato sottolinea che questi sono di fatto «limitati al colpo di Lugano». Contatti che «non a caso iniziano nella primavera del 2024», prosegue la difesa del 48enne. Quindi, pochi mesi prima del colpo effettuato alla gioielleria Taleda.

16:08

Un cane sciolto
Dopo una breve interruzione, a prendere la parola è l’avvocato Matteo Genovini, difensore del 48enne croato, terzo membro del quartetto operativo. E anch’egli contesta per conto del suo assistito l’aggravante dell’aver agito come componente di una banda internazionale. «Più che un membro di una banda organizzata appare come un cane sciolto».

15:33

La colluttazione con l’agente
Fallito il colpo, il solo obiettivo del 37enne era a quel punto di fuggire. «L’agente lo percuote a più riprese con la canna della pistola. Lui cerca perlopiù di difendersi». E, prosegue la difesa, anche l’agente «ha sostenuto di non essersi mai sentito minacciato» dal 37enne. Tutti elementi, sostiene Marone, di cui si dovrà tenere conto. «Non ha dimostrato violenza e crudeltà. Non c’è mai stata l’intenzione di ferire».

15:28
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15:26

Le armi solo per intimidire
Anche la difesa del 37enne, al pari di quanto sostenuto anche dal capo del gruppo, sottolinea che il ruolo delle armi nel colpo era unicamente intimidatorio. «Mai c’è stata l’intenzione di ferire qualcuno». Questa per lui era «una condizione per la partecipazione al colpo». Parole che ricalcano le dichiarazioni, a verbale, rilasciate in sede istruttoria di fronte al procuratore pubblico Barca: «Io non sono venuto a fare del male a nessuno».

15:18

Rapina sì. Pink Panthers no
Quindi, quale ruolo nell’attuazione della rapina? «Era uno dei quattro presenti all’interno della gioielleria. Non è contestato il suo ruolo importante». In merito all’aggravante di aver agito in banda, la difesa contesta la tesi dell’accusa. E «per quanto riguarda» il suo assistito, la presunta appartenenza alla famigerata banda Pink Panthers è tutto «da approfondire». «Che egli abbia aderito volontariamente alla proposta, è chiaro» ma questa adesione, sottolinea la difesa, non significa automaticamente il fatto di essersi associato al network criminale. Un’adesione, in altre parole, «contingente», legata al singolo progetto criminoso e motivata dal bisogno immediato di soldi.

15:09

«Solo una pedina»
Il 37enne «è stato importante nell’esecuzione sul posto. Molto meno sul piano dell’organizzazione. Nullo sull’ideazione del colpo», spiega la difesa. «Non ha avuto un ruolo neanche marginale nella progettazione. Ha saputo solo la sera prima, a Malnate, che l’obiettivo della rapina era la gioielleria Taleda». Insomma, «non è stato che un esecutore del colpo. Una pedina».

15:07

Una vita difficile
Prende la parola l’avvocato Flavia Marone, in difesa del 37enne serbo, altro componente (armato) del quartetto “di fuoco” che ha colpito la gioielleria. Per chiarire: si parla dell’uomo “protagonista” della colluttazione con uno degli agenti, immortalata in video da alcuni passanti. Dopo aver ripercorso brevemente la vita difficile dell’imputato, si arriva ai fatti di Lugano. «Nella primavera del 2024 viene contattato» dal capobanda «che gli propone un lavoro che, a detta sua, gli avrebbe sistemato la vita».

14:58

Pink Panthers? «Nessun collegamento»
«In tutti gli atti del procedimento non vi è traccia di un collegamento», afferma Lurati in merito al legame del suo assistito con le Pink Panthers.

14:45

«Conosce le armi. Se voleva sparare avrebbe rimosso la sicura»
La difesa prosegue. «Il fatto che la pistola fosse assicurata non era un problema. È una persona che conosce le armi e non avrebbe avuto problemi a rimuovere la sicura se avesse voluto esplodere il colpo». Il 50enne «non ha mai perso la lucidità» e al riparo della porta «avrebbe avuto tutto il tempo di rimuovere la sicura» dell’arma se ne avesse avuto l’intenzione. L’avvocato contesta quindi anche la completezza della perizia perché, non sufficientemente esaustiva per confermare il reato. Si parla, lo ricordiamo, di tentato assassinio. «Non ci sono altri casi in cui è stata sufficiente una perizia per sostenere casi così gravi». Viene quindi chiesto il proscioglimento dai reati di tentato assassinio e tentato omicidio.

14:38

«Rapina pianificata un anno prima? No, era in carcere»
Il capobanda, esordisce l’avvocato Elisa Lurati, «sin dal principio ha ammesso le sue responsabilità sull’accaduto. Ha ammesso di essere lui ad aver organizzato la rapina e contattato gli altri». Nel merito della pianificazione del colpo almeno «un anno prima», la stessa ha poi contestato il punto in quanto il 50enne, in quel momento, si trovava in carcere. E contestato è anche il fatto che la rapina sia stata «commessa in banda». Il 50enne inoltre, sottolinea Lurati, contesta anche di avere avuto l’intenzione di colpire l’agente.

14:32

Tocca alle difese
Il dibattimento si riapre. Parola alle difese.

12:42

Il dibattimento è sospeso. Si riprende alle 14.30

12:41

Le richieste di pena
Nei confronti del capo della banda, accusato anche di tentato assassinio, il procuratore pubblico Barca ha chiesto una pena 15 anni e l’espulsione a vita. «Chi vi parla si è sforzato di trovare delle attenuanti. ma di attenuanti non ce ne sono». Le altre richieste per il resto del quartetto: per il 48enne croato vengono chiesti 12 anni e l’espulsione per 12 anni; per il 37enne serbo 10 anni e l’espulsione per 12 anni; per il 36enne serbo 8 anni e 3 mesi e l’espulsione per 12 anni. Infine gli ultimi tre imputati. Per il 51enne austriaco e il 34enne albanese — entrambi «estremamente omertosi» durante l’inchiesta, ha sottolineato Barca, evidenziandone il ruolo di «correi e non complici» — l’accusa chiede rispettivamente 8 anni e 3 mesi e 8 anni, con 12 anni di espulsione per entrambi. Per l’ultima imputata, la 30enne albanese, il pp ha chiesto 3 anni e 10 mesi da espiare e l’espulsione per 7 anni.

11:53

«Era pronto a tutto. Anche a togliere la vita a una persona»
Proseguendo nella sua lunga requisitoria, il pp Barca illustra i risultati del lavoro dei periti che hanno analizzato e riprodotto quando visto nei filmati della rapina. E quindi, ribadisce in relazione al 50enne serbo: «Era pronto a tutto. Anche a togliere la vita a una persona».

11:48
TIo.ch (screenshot)
11:37

Immagini che non lasciano dubbi
Per il pp, «i videogrammi non lasciano spazio ad altre interpretazioni» in merito all’azione del 50enne, mente del gruppo. «Ha continuato ad arraffare il bottino. Non voleva arrendersi ed era consapevole delle conseguenze. Ed era anche consapevole di essere ricercato» per altre rapine. «Lui voleva andarsene dalla gioielleria a ogni costo. Non ha dato retta alle intimazioni. Ha afferrato l’arma con la mano sinistra, pur sparando lui abitualmente con la destra, in modo da poter usare la porta di vetro blindata per ripararsi», dimostrando di conoscere molto bene il luogo in cui si trovava.

11:31

Una banda ben organizzata
«Erano chiaramente una banda. Una banda ben organizzata», dove ciascuno dei membri aveva un ruolo ben definito. Il quartetto principale: due armati, con il compito di intimidire e occuparsi eventualmente della sicurezza, e due che dovevano farsi consegnare il bottino e riempire gli zaini. Chi si occupava dei trasporti. Chi effettuava il sopralluogo. E a loro, si è aggiunta all’ultimo la settima imputata. Che però, sottolinea Barca, «sapeva cosa stava facendo».

11:24

Non più di 40 secondi
La rapina, spiega il pp, «sarebbe dovuta durare al massimo 40 secondi. Gli imputati erano sicuri che, anche in caso di allarme, la polizia non sarebbe arrivata in tempo». E anche la scelta di effetturare il colpo sul mezzogiorno era calcolata per riuscire a celarsi in mezzo alla folla durante la fuga.

11:16

Le “pantere rosa”
Dopo una breve interruzione, il pp Barca riprende la requisitoria soffermandosi sull’esecuzione dell’azione in banda e, nel caso specifico, il legame con la rete delle Pink Panthers. E almeno due degli imputati presenti oggi alla sbarra risultano essere membri del collettivo, avendo preso parte ad altre cinque rapine in passato con lo stesso modus operandi.

10:39

La breve fuga e l'arresto in zona Cattedrale
A quel punto, come noto, l’agente esplode un primo colpo. Il 50enne indietreggia, si ripara. Fa un ulteriore movimento. «Sono passati esattamente quindici secondi da quando l’agente ha esploso il colpo». Il rapinatore, diciamo pure il “capo” del gruppo, «capisce che non ha alcuna possibilità di colpire. Getta l’arma a terra. Però voleva fuggire. Corre contro l’agente, scappa verso l’autosilo Motta portando con sé merce per 300mila franchi». Lo scooter però non parte. Prosegue la fuga a piedi e viene intercettato in piazza Cattedrale.

10:36

«Ha sparato contro l'agente. Sapeva che l'arma era carica. Non che avesse la sicura»
«Uno dei due rapinatori posa l'arma che però viene subito impugnata dall’altro. E questo la rivolge, con il dito sul grilletto, verso l’agente. Si barrica verso la porta blindata, porta la mano sinistra fuori con l’arma e preme sicuramente una volta, se non due, il grilletto, tentando di esplodere un colpo contro l’agente. I colpi però non partono, grazie alla sicura. Sapeva che l’arma era carica. Che il colpo era in canna. Ma non sapeva, lo ha detto lui stesso, che avesse la sicura. Era pronto a tutto e non aveva la benché minima intenzione di trascorrere altro tempo in carcere».

10:34

Tutto in pochi secondi
Nei brevi istanti della rapina, accadono molte cose. “Ti ammazzo. Apri la vetrina o ti ammazzo”. “Ti ammazzo, stai lì”. Alcune delle minacce pronunciate all'indirizzo del commesso del Taleda. I due agenti in bicicletta sopraggiungono quasi immediatamente. Barca riavvolge al rallentatore quei momenti. «Sono passati sedici secondi dall’arrivo della polizia. Lo ripeto: sedici secondi. Ne passano alcuni ancora e l’agente estrae l’arma e intima alla banda di arrendersi«. In quel momento, il 50enne, principale imputato, incurante, si dirige alla vetrina e continua a svuotarla.

10:30

Con la sicura, ma pronti a sparare
Prosegue la ricostruzione del pp Barca. «Il gruppo si dirige verso la gioielleria Taleda. Ignari del fatto che a poca distanza da loro stavano sopraggiungendo due agenti in bicicletta». La "mente" del gruppo «si fa aprire la porta, seguito dagli altri tre. Impugnano le pistole e minacciano di morte il commesso per farsi consegnare la merce in vetrina. Entrambe le armi avevano caricatore pieno e colpo in canna. Avevano la sicura. Ma come bene emerge dalla ricostruzione, le due pistole con un movimento estremamente rapido si sarebbero potute disassicurare. Ed è per questo che avevano caricatore pieno e colpo in canna».

10:28

Le ore prima della rapina
Alle ore 10.30, la banda, composta da 7 membri, parte da Malnate. I veicoli hanno varcato il confine alle 10.45 circa. In segutio raggiungono il furgone (in una località ancora non definita) e poi ripartono per Lugano. Alle 11.10 escono dal raccordo dell’A2. Posteggiano in zona blu in via montarina 15. I quattro si incamminano verso via Motta, portando con sé il casco da moto. Un quinto effettua un sopralluogo, mentre gli altri entrano all’autosilo predisponendo gli scooter per la successiva fuga.

10:11

Il sopralluogo per la fuga
L’accusa procede minuziosamente a tracciare i movimenti della banda la sera prima della tentata rapina. Viene ripercorso il tragitto, orologio alla mano, compiuto dai diversi membri a bordo di un’auto, un furgone e due scooter. In particolare, il giro effettuato nella tarda serata del 1° luglio 2024, sottolinea Barca, aveva «un chiaro scopo esplorativo. Per mostrare la strada da percorrere il giorno successivo, ovvero per allontanarsi dal Lugano una volta avvenuta la rapina». «Quanto messo in atto è chiarissimo. Han portato a Lugano due scooter per la fuga, che sarebbero poi stati caricati sul furgone, anch’esso parcheggiato a Lugano».

10:00

Taleda, l'obiettivo definito «al più tardi» un mese prima
L’obiettivo della rapina era stato ben definito «al più tardi» al 10 giugno 2024, sottolinea Barca, proseguendo nella ricostruzione cronologica delle settimane che hanno preceduto il giorno del colpo (2 luglio 2024, ndr.). Il pp, un pezzo alla volta, smonta le versioni presentate ieri da alcuni degli imputati, riallacciando gli effettivi collegamenti tra gli imputati. «Le bugie hanno le gambe corte. O, in questo caso, i tabulati telefonici molto lunghi».

09:53

«Un soggetto ampiamente conosciuto all'estero»
Il 50enne serbo era «ampiamente conosciuto all’estero», spiega il pp, citando  precedenti rapine, una Lubiana e una ad Atene nel 2022. È stato quindi arrestato a Mosca nel maggio del 2023. Rimasto in detenzione in Russia senza mai essere estradato in Grecia. Poi è rientrato volontariamente in Serbia, in detenzione.

09:51

«La mente del piano era solo una»
Il pp Barca prosegue sui contorni organizzativi della tentata rapina. «La mente del piano era solo una», ossia il 50enne, principale imputato del procedimento. «È venuto a conoscenza della gioelleria Taleda già nel 2017, mentre si trovava in Ticino».

09:45

Un piano studiato «nei minimi dettagli»
«Sul motivo per cui siamo qua oggi, gli impuati hanno ragione. Hanno avuto sfortuna. Tanta sfortuna», ha esordito il pp Barca. «Gli imputati negheranno di aver confezionato nei minimi dettagli il piano per la rapina. Hanno anche menzionato in un verbale di essere “degli scappati di casa”. Di aver scelto su due piedi l’obiettivo. Di non aver avuto un preciso piano di fuga. Hanno anche negato di avere effettuato dei sopralluoghi. Peccato per loro che l’ottimo lavoro degli inquirenti ha permesso di ricostruire quanto accaduto prima, durante e anche nei momenti successivi alla rapina», ha proseguito il pp parlando di un piano studiato «nei minimi dettagli»

09:39

Secondo giorno
Il dibattimento si è riaperto alle 9.37. Prende parola il procuratore pubblico Simone Barca.

09:35
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