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«Ho sentito un "crack". E da quel giorno non ho più potuto camminare»

La bellinzonese Ilaria Perren è rimasta paraplegica quando aveva solo 30 anni, ma ha continuato a lavorare come infermiera ed è diventata attivista e mamma. Ora è stata premiata dalla Fondazione svizzera per paraplegici.
«Ho sentito un "crack". E da quel giorno non ho più potuto camminare»
«Ho sentito un "crack". E da quel giorno non ho più potuto camminare»
Davide Giordano tio.ch
«Ho sentito un "crack". E da quel giorno non ho più potuto camminare»
La bellinzonese Ilaria Perren è rimasta paraplegica quando aveva solo 30 anni, ma ha continuato a lavorare come infermiera ed è diventata attivista e mamma. Ora è stata premiata dalla Fondazione svizzera per paraplegici.

BELLINZONA - 5 settembre 2004. La 30enne ticinese Ilaria Perren sta passeggiando insieme a suo marito tra i boschi di Indemini, nel Gambarogno, quando sente uno strano rumore. Non fa in tempo a girarsi che un albero di castagno le crolla sulla schiena, lasciandola paralizzata dalla vita in giù.  

Lo shock è immediato e la giovane, che lavora come caporeparto al pronto soccorso dell’Ospedale di Bellinzona, si ritrova in un attimo da curante a paziente. 

Oggi, a 22 anni di distanza, Ilaria lavora nel controllo qualità di cure intense e si batte per i diritti delle persone con disabilità. Recentemente è inoltre stata premiata dalla Fondazione svizzera per paraplegici come “Paraplegica dell’anno 2026”.

In questa nuova puntata di TioTalk ci ha raccontato la sua storia. 

«Quel giorno ho sentito un "crack", e in un attimo l’albero è caduto. Non c’erano lavori in corso, è stata una pura casualità», spiega. In attesa dei soccorsi Ilaria resta a terra, perfettamente cosciente. «Nonostante la mia professione di infermiera, in quel momento non mi sono resa conto che non avrei più potuto camminare. Non l’ho capito subito». 

«Ogni gesto diventa difficilissimo»
Dopo il ricovero d’urgenza la bellinzonese viene trasportata al Centro svizzero per paraplegici di Nottwil, dove rimane per nove mesi. «Ho dovuto reimparare tutte le piccole cose. Anche solo mettere una scarpa o infilare un pantalone è difficilissimo», racconta. «E poi, oltre al fatto che non cammini più, ci sono tante patologie secondarie da gestire, anche molto debilitanti. Ricordo che, nelle prime settimane a Nottwil, una ragazza romanda ha avvicinato me e un’altra paziente e ci ha detto: “Ma voi sapete che non potrete più fare la pipì? Che dovrete sempre utilizzare un catetere?”. Quello è stato forse uno dei momenti più duri. Penso di aver pianto per un giorno intero». 

E le sfide, dal punto di vista psicologico, non sono mancate. «In pronto soccorso, dopo l'incidente, mi veniva da vomitare a causa del trauma. Sapendo che può essere pericoloso farlo da sdraiata, volevo girarmi...e lì mi sono resa conto che non potevo farlo, che avevo bisogno di qualcuno anche per quello. E devo dire che realizzare di essere ormai totalmente dipendente dagli altri è stata una grande sofferenza».  

Due domande, intanto, tormentano la mente di Ilaria: “Cosa farò a livello lavorativo?” e “Potrò mai avere figli?”.

Di nuovo in ospedale...da dipendente
«La mia capoinfermiera, quando è venuta a trovarmi, mi ha detto: "Guarda Ilaria, stai tranquilla che qualcosa troviamo". E quella semplice frase mi ha portato un po’ di pace, perché sapevo che non sarei potuta tornare a lavorare come infermiera nel senso classico, né tantomeno come capo reparto».

Ilaria, in effetti, torna a lavorare all'Ospedale San Giovanni in una nuova veste, ma con responsabilità altrettanto importanti. «Ho avuto la fortuna di essere reintegrata rapidamente, inizialmente con progetti specifici come l’istituzione del triage per il pronto soccorso, e poi, in pianta stabile, nel controllo qualità del reparto cure intense».

«Non ho avuto il tempo di chiedermi: "Sarò una brava mamma anche in carrozzina?"»
E anche il secondo cruccio, quello relativo ai figli, riceve ben presto risposta.
«I medici mi avevano detto “è tutto da vedere”, ma Nora è arrivata come una bella sorpresa. Non ho neanche avuto il tempo di chiedermi se, in carrozzina, avrei potuto essere una buona mamma o meno...quando sono rimasta incinta mi sono detta “andrà tutto bene”. Certo non è stato sempre facile. Impiegavo molto tempo a svolgere operazioni semplici, ci voleva magari un intero pomeriggio per fare il bagnetto alla bambina...però alla fine filava tutto liscio». 

L'instancabile 52enne si è poi spinta oltre il ruolo di lavoratrice e mamma, sensibilizzando le istituzioni rispetto alle problematiche legate alla disabilità e migliorando l’accessibilità degli spazi pubblici.

Lottando per la normalità
«Inizialmente non pensavo di diventare un’attivista, nel senso che in un primo momento, fondamentalmente, ho pensato alle mie necessità», spiega. «Volevo essere il più autonoma possibile ed essere una mamma come tutte le altre per mia figlia. La scuola elementare che frequentava Nora, ad esempio, a quel tempo non era accessibile. Così mi sono fatta coraggio e ho preso contatto con il Comune, incontrando poi anche il sindaco. E lì ho capito che la gente ascolta ed è pronta al dialogo. Ho cominciato ad aprire canali verso persone e associazioni e in effetti poi la scuola è diventata accessibile. Questo è stato il mio primo piccolo grande successo…e da lì non ho mai smesso».

Da quella prima vittoria, infatti, Ilaria non si è più fermata. Tanto che oggi fa parte del comitato di inclusione andicap ticino, del Gruppo Paraplegici Ticino e del gruppo Team Ticino Accessibile. 

Di lavoro da fare, in effetti, ce n’è ancora molto. «Resta il problema delle barriere architettoniche. Tendenzialmente non riusciamo a partecipare a quella che è la parte culturale della vita, e questo ci fa soffrire». 
Ancora più ostica è la dimensione professionale. «Io ho avuto tanta fortuna perché al momento dell'incidente lavoravo già. Ma in generale l’accesso al mondo del lavoro, per chi ha una disabilità, è molto difficile», conclude Ilaria. 

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