Una vendemmia dal peso d'oro messa a rischio dall'emergenza climatica

Nonostante la qualità delle uve sia elevata, i viticoltori ticinesi affrontano sfide crescenti tra siccità, parassiti, grandinate e un mercato in calo.
Nonostante la qualità delle uve sia elevata, i viticoltori ticinesi affrontano sfide crescenti tra siccità, parassiti, grandinate e un mercato in calo.
BELLINZONA - Quella del 2026 potrebbe essere una delle migliori annate degli ultimi vent'anni. Parola di Davide Cadenazzi, presidente di Federviti, che oggi ha tracciato il bilancio di una stagione vitivinicola tanto promettente sul fronte della qualità quanto complicata sotto molti altri aspetti.
Perché se la vendemmia si annuncia eccellente, il percorso per arrivarci è stato tutt'altro che semplice. Siccità, grandine, parassiti, aumento dei costi e un mercato del vino sempre più difficile sono solo alcune delle sfide con cui i viticoltori ticinesi hanno dovuto fare i conti. E proprio mentre Cadenazzi parlava della scarsità d'acqua, fuori ha iniziato a piovere. Una buona notizia, accolta quasi con sollievo. «Speriamo solo che non faccia danni», ha commentato. Perché, dopo mesi di caldo e siccità, anche l'uva potrà beneficiarne.
Il problema, spiega il presidente di Federviti, non è infatti soltanto la quantità complessiva delle precipitazioni, ma sempre di più la loro distribuzione nel tempo. Lunghi periodi asciutti vengono intervallati da rovesci violenti e concentrati, che non sempre riescono a ricostituire le riserve idriche del terreno.
«Sarà questa la musica del futuro?»
Tra gennaio e luglio, ad esempio, a Locarno sono caduti 533 millimetri di pioggia: il 46% in meno rispetto alla norma. E il Mendrisiotto si conferma una delle zone più esposte. Per le piante, tutto questo significa maggiore stress idrico e metabolico. In alcuni vigneti la siccità ha provocato una forte defogliazione, lasciando il terreno completamente secco e le viti in condizioni di evidente sofferenza.
La risposta, in futuro, potrebbe dunque passare da nuovi investimenti nei sistemi di irrigazione. Un vero problema: l'acqua va trovata e, soprattutto in alcune zone del Mendrisiotto, non è disponibile in quantità sufficienti nemmeno nella rete. L'esperienza del 2022 ha già mostrato quale potrebbe essere lo scenario: una presa d'acqua messa a disposizione dei viticoltori e, in alcuni casi, carri botte utilizzati per portare l'acqua direttamente nei vigneti.
Uva di qualità significa che pesa poco
Ed è proprio qui che emerge uno dei paradossi di questa stagione. Le condizioni climatiche hanno favorito la qualità delle uve, ma la situazione resta molto eterogenea da una zona all'altra. I chicchi sono più piccoli e, di conseguenza, l'uva pesa meno. Non dunque una buona notizia sul fronte economico: meno chili significano infatti un valore inferiore della vendemmia. Nonostante sia stato mantenuto il prezzo delle uve a 4,20 franchi al chilo, con una revisione della scala dei prezzi, per i viticoltori il conto finale rischia quindi di essere più leggero.
Vendemmia già iniziata per i bianchi
La vendemmia, nel frattempo, è già iniziata per le basi spumante, il Bianco di Merlot e le varietà bianche più precoci. Per i rossi bisognerà invece aspettare ancora. «La concentrazione degli zuccheri è già importante, ma non è sufficiente per stabilire il momento della raccolta: bisognerà attendere anche la maturazione polifenolica. Considerando che la fioritura è avvenuta attorno al 25 maggio - spiega Cadenazzi - la raccolta delle uve rosse difficilmente inizierà prima del 5-10 settembre». Dal punto di vista fitosanitario le prospettive sono ottimali: la scarsità di precipitazioni ha permesso di ridurre anche l'impiego di prodotti fitosanitari.
La grandinata del 9 giugno
La siccità non è stata l'unico problema della stagione. Il 9 giugno una violenta grandinata ha colpito il Mendrisiotto con un'intensità eccezionale. Chicchi di grandi dimensioni hanno danneggiato i vigneti nelle zone di Castel San Pietro, Coldrerio, Morbio Inferiore e Vacallo, in alcuni casi anche quelli protetti dalle reti antigrandine. I danni stimati oscillano tra il 20 e il 100%, con conseguenze non soltanto sulla quantità del raccolto. «Il danno non si misura solo nei chili d'uva persi». A pesare sono anche i costi per ripristinare i vigneti, i trattamenti, la maggiore manodopera e le possibili ripercussioni sulle prossime vendemmie. Per i danni non assicurabili è stato stanziato un aiuto di 20mila franchi a favore dei viticoltori colpiti.
La Popilla japonica continua a colpire
Tra le altre pressioni c'è la Popillia japonica, la cui presenza continua a preoccupare il settore. Nel 2026 sono già stati constatati i primi danni economici significativi. Il Cantone ha rafforzato le misure di contenimento, installando circa 3'400 trappole con il coinvolgimento di 71 Comuni. Entro la fine di luglio erano già stati catturati circa 25 milioni di insetti.
Federviti invita però alla prudenza sui trattamenti: un utilizzo scorretto o eccessivo delle sostanze autorizzate potrebbe compromettere l'equilibrio costruito negli anni nell'ecosistema del vigneto.
E poi ci sono gli ungulati. Per il momento la loro presenza non si è fatta sentire in maniera particolarmente importante, ma la scarsità di foraggio potrebbe spingerli nelle prossime settimane ad avvicinarsi alle coltivazioni.
Un altro problema: si consuma meno vino
Se nei vigneti le difficoltà non mancano, anche il mercato lascia poco spazio all'ottimismo. Nel 2025 il consumo di vino in Svizzera è sceso a 211,2 milioni di litri, il 3,3% in meno rispetto all'anno precedente. A soffrire maggiormente sono stati i vini rossi.
Una tendenza che si inserisce in un contesto di costi di produzione in aumento e margini sempre più ridotti. Anche il caldo, paradossalmente, può diventare un problema: quando le temperature sono troppo elevate, è emerso durante la conferenza stampa, diminuisce anche la voglia di consumare vino.
Nonostante tutto, per la vendemmia 2026 si è riusciti a mantenere il prezzo delle uve a 4,20 franchi al chilo, accettando però una revisione della scala dei prezzi.
Uno sforzo per garantire stabilità alla filiera, in una stagione che per molti viticoltori è stata più costosa del solito tra danni della grandine, irrigazioni d'emergenza e aumento generale dei costi.
«Dobbiamo adattarci»
Il settore vitivinicolo ticinese si trova davanti a una sfida sempre più complessa. Da una parte il cambiamento climatico, con siccità frequenti ed eventi estremi improvvisi e distruttivi. Dall'altra un mercato che consuma meno vino e una pressione crescente sui margini.
Federviti punta quindi sull'adattamento, ma anche sulla collaborazione tra produttori, vinificatori, istituzioni e mercato.
La valorizzazione del vino ticinese resta centrale, non solo come prodotto di qualità, ma anche come patrimonio economico, paesaggistico e identitario.
E così, dopo una stagione fatta di caldo, poca acqua, grandine e parassiti, il paradosso resta tutto nel bicchiere: il 2026 potrebbe regalare uno dei vini migliori degli ultimi vent'anni.




