Bagno di folla locarnese per la star di "Avatar"

Zoe Saldaña racconta il rapporto con James Cameron, le proprie origini e una carriera segnata dai temi dell'identità e della rappresentazione: «Le belle storie possono vivere ovunque»
Zoe Saldaña racconta il rapporto con James Cameron, le proprie origini e una carriera segnata dai temi dell'identità e della rappresentazione: «Le belle storie possono vivere ovunque»
LOCARNO - Questa mattina Zoe Saldaña ha incontrato il pubblico del Locarno Film Festival allo Spazio Cinema.
Dopo aver ricevuto in apertura uno speciale Pardo alla Carriera, l'attrice ha ripercorso la sua vita e la sua carriera in una conversazione con il critico cinematografico John Bleasdale. Un dialogo che ha spaziato dalle origini alla danza, dai grandi franchise hollywoodiani al rapporto con registi come James Cameron, ma attraversato soprattutto dai temi dell'identità e della rappresentazione.
Non un film politico, «un film umano»
La conversazione è iniziata con una riflessione su “The Absence of Eden” (2023), film diretto dal marito, il regista e produttore Marco Perego-Saldaña, che affronta il tema dell'immigrazione negli Stati Uniti. «Non voleva fare un film politico. Voleva fare un film umano» racconta Saldaña, ricordando come il progetto sia nato anche dall'interesse della coppia per le diverse esperienze vissute dalle comunità di immigrati negli Stati Uniti.
New York multiculturale e la Repubblica Dominicana
Da qui il discorso si è spostato sulle sue origini e sulla giovinezza trascorsa tra New York e la Repubblica Dominicana. «Nel quartiere in cui sono cresciuta c'erano edifici con 35-52 appartamenti. Significava 35-52 famiglie, a volte 35-52 famiglie di immigrati, ognuna con ragioni diverse per aver scelto New York e l'America come casa. Crescere in una cultura così è stato incredibilmente arricchente», racconta.
Il successivo trasferimento nella Repubblica Dominicana ha significato confrontarsi con una realtà molto diversa e decisamente meno multiculturale. Un cambiamento non sempre semplice, ma che oggi considera fondamentale: «Non è stato facile, ma penso sia stata la cosa migliore che i miei genitori potessero fare per me e le mie sorelle. Continua ogni giorno a plasmare la mia arte, perché continua a plasmare ciò che sono come persona».
Il balletto? Una sorta di terapia
Un ruolo importante nella sua formazione lo ha avuto anche la danza. Saldaña ha studiato balletto e racconta: «Il balletto divenne per me una sorta di terapia, un amico. Mi aiutò a elaborare molte delle emozioni che provavo: il trasferimento in un altro Paese, la perdita di una persona cara. Quando sei giovane non sai necessariamente come comunicare quello che senti».
Crescendo si è però resa conto di non possedere alcune delle caratteristiche fisiche richieste dai rigidi canoni del balletto professionale. Una formazione che le ha comunque permesso di conoscere meglio il proprio corpo e di acquisire una disciplina che le sarebbe stata utile anche nel passaggio alla recitazione.
Le belle storie non ci sono solo al cinema
Un mestiere, quello dell'attrice, di cui Saldaña aveva inizialmente una concezione piuttosto rigida. Prima dell'esplosione dello streaming, spiega, per un attore l'obiettivo principale era il cinema, mentre la televisione veniva considerata quasi una scelta di ripiego.
È stato il suo manager a spingerla ad ampliare questa prospettiva, portandole il progetto di una serie e convincendola a incontrare Taylor Sheridan, autore di serie di successo come “Yellowstone” e “Mayor of Kingstown”. Da quell'incontro è nata la serie “Lioness”, che vede Saldaña protagonista. Un'esperienza che ha contribuito a cambiare il suo modo di concepire il mestiere: «Le belle storie possono vivere ovunque», afferma, dal cinema alle serie TV fino al teatro.
Il rapporto con Cameron e Spielberg
Una domanda di Bleasdale sull'esperienza di lavorare con grandi registi come Steven Spielberg e James Cameron ha portato Saldaña a riflettere sulla propria identità all'interno dell'industria cinematografica. «Come donna di colore, una cosa che ho cercato di evitare per tutta la vita è essere scelta perché sono una persona di colore.
Voglio essere scelta perché porto con me capacità, formazione e un curriculum solido», afferma. Con questi registi, racconta, si è sentita riconosciuta prima di tutto come artista: «Mi hanno vista come un'artista alla pari di un uomo, di un'altra donna, di una persona bianca, di una persona nera, di una persona con disabilità». E aggiunge: «Credo che tutti loro possiedano un livello di inclusività che mettono consapevolmente in pratica, sulla base dei loro valori. Sapere di condividere dei valori con persone come Steven Spielberg e James Cameron è qualcosa di incredibile per me».
A caccia di opportunità
A interrompere per qualche secondo la riflessione ci pensa una vespa piuttosto impicciona, che strappa un sorriso a Saldaña e al pubblico. Poi l'attrice torna su un aspetto dell'industria che definisce frustrante: «Quando sono l'unica persona di colore o l'unica donna su un palco, aspetto il mio turno per ricevere una domanda sul mio mestiere e invece mi viene fatta una domanda politica: “Cosa pensa che dovremmo fare per rendere il cinema più inclusivo?”. Mi dispiace, ma non dovete chiederlo all'unica persona che proviene da una comunità marginalizzata. Dovete chiederlo agli altri, a coloro che controllano l'accesso a queste opportunità».
E conclude ricordando come, a suo avviso, siano proprio le comunità sottorappresentate a dover spesso lavorare il doppio per ottenere le stesse opportunità: «Le persone che hanno il privilegio di essere in quella stanza grazie alla loro razza e al loro genere dovrebbero essere quelle a cui porre queste domande difficili».
La propria esperienza personale ha influenzato anche il modo in cui Saldaña ha affrontato alcuni dei personaggi più celebri della sua carriera, da Neytiri in “Avatar” a Gamora nell'universo Marvel. «Penso di avere più che abbastanza esperienza nel sentirmi isolata, diversa, percepita come ‘altra’». A questo si aggiunge, racconta, la pressione di dover essere perfetta, con la sensazione che un errore possa significare non avere le stesse opportunità. Esperienze che dice di aver portato anche nella costruzione dei suoi personaggi.
Domande su “Avatar”? Ci vuole Cameron
Quando Bleasdale prova a strapparle qualche anticipazione su “Avatar 4”, Saldaña glissa sorridendo e suggerisce di «invitare James Cameron a Locarno» e rivolgere a lui «tutte queste domande difficili». Racconta quanto ami lavorare alla saga di “Avatar”: «Analizzare una scena con lui, Sam Worthington e Sigourney Weaver è incredibile. [...] A volte possiamo passarci anche tre ore. Ed è estremamente gratificante».
Poi aggiunge: «Il suo modo di raccontare storie mi parla da quando avevo sette anni. Quando ha scritto e concepito ‘Terminator’, stava toccando qualcosa di incredibilmente umano. Il ruolo che aveva affidato a una donna come Sarah Connor parlava moltissimo alla bambina di sette anni che ero. Volevo essere lei. E volevo anche essere John Connor». Saldaña aggiunge: «Il modo in cui scrive storie che ancora non esistono, ma che prima o poi potrebbero diventare realtà, ha sempre avuto una grande risonanza in me».
L'attrice racconta infatti di sentirsi maggiormente attratta da storie ambientate nel futuro rispetto a quelle rivolte al passato. Non esclude però il cinema storico, purché permetta di raccontare prospettive e comunità che raramente hanno trovato spazio sullo schermo.
Un record per una persona non ambiziosa
Bleasdale ricorda poi il record che Saldaña detiene attualmente: è l’interprete i cui film hanno incassato complessivamente di più nella storia del cinema. Il moderatore scherza sulla possibilità che Scarlett Johansson possa presto sottrarle il primato.
Saldaña non sembra preoccuparsene: «Se è un'altra donna...», risponde ridendo. «Mi dispiace, uomini, vi amo. Ma amo le donne. Le amo, le amo, le amo». Nonostante il successo al botteghino e l'Oscar, Saldaña dice infatti di non vivere la propria carriera inseguendo nuovi traguardi: «Non sono ambiziosa. Non ho un piano a due o cinque anni».
Guardare al futuro
Quando guarda al futuro, Saldaña parla soprattutto del desiderio di continuare a essere un'artista, dedicarsi alla propria famiglia e creare nuove opportunità per la comunità latina. Racconta inoltre quanto sia importante per lei essere presente come madre dei suoi tre figli e sostenere il marito nei suoi progetti. Ma c'è anche un'altra aspirazione: passare dietro la macchina da presa. «Ho la sensazione che potrò guardare gli altri dirigere solo fino a un certo punto, prima di dire: ‘Datemi la macchina da presa. Lasciatemi provare a farlo bene’».
La chance da regista
E proprio la regia potrebbe permetterle di portare sullo schermo quelle prospettive che ritiene ancora poco rappresentate. Saldaña racconta a questo proposito di un libro che lei e le sorelle stanno cercando di opzionare per un adattamento cinematografico. Ambientato nella Bay Area nel secondo dopoguerra, racconta di una coppia afroamericana: lui torna dalla guerra profondamente traumatizzato, mentre la moglie si interroga sull'orientamento sessuale del marito.
«Questi temi sono universali. Non appartengono esclusivamente a una determinata comunità o a una determinata razza», sottolinea Saldaña, spiegando di non aver mai visto una storia di questo tipo raccontata attraverso lo sguardo di una famiglia non bianca. Potrebbe trattarsi, precisa, anche di una famiglia di origine cinese o latinoamericana. «Se nessun altro lo farà, un giorno mi piacerebbe essere la regista di una storia del genere». È anche da qui che passa la sua idea di cinema: raccontare storie universali attraverso prospettive che ancora troppo raramente trovano spazio sullo schermo.



