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SVIZZERA

Armi svizzere anche ai Paesi in guerra? Parmelin: «Non è un assegno in bianco»

Il 29 novembre si vota sull'allentamento delle regole per l'esportazione di materiale bellico. Il presidente della Confederazione difende la riforma: «È assolutamente indispensabile». Ma l'Ucraina resterà esclusa.
Armi svizzere anche ai Paesi in guerra? Parmelin: «Non è un assegno in bianco»
20Minuten
Armi svizzere anche ai Paesi in guerra? Parmelin: «Non è un assegno in bianco»
Il 29 novembre si vota sull'allentamento delle regole per l'esportazione di materiale bellico. Il presidente della Confederazione difende la riforma: «È assolutamente indispensabile». Ma l'Ucraina resterà esclusa.

BERNA - La Svizzera potrebbe presto esportare armi anche verso Paesi coinvolti in conflitti armati. È quanto prevede la modifica della legge federale sul materiale bellico, sulla quale gli svizzeri saranno chiamati a esprimersi il 29 novembre. Una riforma sostenuta dal Consiglio federale e difesa dal presidente della Confederazione Guy Parmelin, intervistato in esclusiva da 20 Minuten.

«Questa legge è assolutamente indispensabile», ha dichiarato il ministro dell'economia, sottolineando che l'obiettivo principale è rafforzare la sicurezza nazionale. Il mercato elvetico, ha spiegato, è troppo piccolo per garantire da solo la sopravvivenza dell'industria degli armamenti. Senza la possibilità di esportare, anche l'approvvigionamento dell'esercito svizzero rischierebbe di essere compromesso.

Armi ai Paesi in guerra, ma con dei limiti
La riforma consentirebbe alle aziende svizzere di esportare materiale bellico verso 36 Stati partner, anche qualora fossero coinvolti in un conflitto armato. Tra questi figurano Germania, Francia, Stati Uniti e Argentina.

Parmelin insiste però su un punto: «Il diritto della neutralità rimane invariato». Ogni esportazione dovrà continuare a essere valutata dalla Segreteria di Stato dell'economia (SECO), che potrà negare le autorizzazioni qualora emergano rischi di violazione delle norme.

E l'Ucraina? Resterà esclusa. Secondo Parmelin, fornire direttamente armi a Kiev violerebbe il diritto della neutralità svizzera, anche dopo un'eventuale approvazione della riforma.

E se gli Stati Uniti entrassero in guerra con l'Iran?
Durante l'intervista, 20 Minuten ha posto una domanda concreta: la Svizzera potrebbe fornire armi agli Stati Uniti se questi fossero coinvolti in una guerra contro l'Iran?

Oggi non sarebbe possibile, ha confermato Parmelin. Con la nuova legge, invece, le imprese elvetiche potrebbero rifornire aziende di armamenti americane, a condizione che queste garantiscano che il materiale non verrà utilizzato nel conflitto. In caso di dubbi, la SECO potrebbe comunque bloccare l'operazione.

Il presidente ha inoltre precisato che il maggiore margine di manovra concesso al Consiglio federale non rappresenterebbe una «carta bianca». Anche il Parlamento potrebbe intervenire sulle decisioni.

La questione della riesportazione
Un altro punto delicato riguarda il trasferimento di armi svizzere a Paesi terzi. La riforma permetterebbe, in determinate circostanze, di rinunciare all'obbligo di ottenere il consenso della Svizzera per una successiva riesportazione.

Parmelin ha spiegato che un Paese non potrebbe acquistare materiale bellico con l'intenzione di girarlo immediatamente a un altro Stato. Sarebbe invece possibile rivenderlo dopo alcuni anni di utilizzo. La SECO manterrebbe il potere di intervenire in presenza di sospetti.

La Svizzera, ha ricordato, effettua già controlli annuali sulla destinazione delle armi esportate. Parmelin ha citato il caso di un Paese mediorientale verso il quale aveva immediatamente sospeso le forniture dopo aver riscontrato irregolarità.

Una votazione dall'esito incerto
Il voto del 29 novembre si annuncia combattuto. Secondo un sondaggio di 20 Minuten, anche la maggioranza degli elettori dell'UDC si oppone attualmente alla modifica, nonostante il sostegno del partito.

I favorevoli, tra cui il Consiglio federale, i partiti di centrodestra e l'industria degli armamenti, ritengono le norme attuali troppo restrittive. Gli oppositori, guidati da organizzazioni umanitarie, associazioni per i diritti umani e partiti di sinistra, temono invece che le armi svizzere finiscano nelle zone di guerra o vengano utilizzate contro i civili.

Per Parmelin, che ha annunciato il proprio ritiro un mese fa, sarà l'ultima campagna di votazione. E il presidente non nasconde che il risultato potrebbe essere diverso da quello auspicato dal Governo.

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