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09.08.2020 - 09:070
Aggiornamento : 15:03

«La pandemia ha logorato i nervi degli svizzeri»

Che sono più stanchi e facili alla rabbia (anche sui social), ne è convinto Alain Berset: «Anche per noi è difficile»

BERNA - È passata la fase dell'unità nazionale, i nervi della popolazione elvetica tornano a essere più tesi e la gente si arrabbia facilmente - anche con le autorità - perché frustrata da una situazione che non sembra aver termine: è l'analisi del consigliere federale Alain Berset, che fa il punto sul momento coronavirus in Svizzera.

«Siamo tutti preoccupati, lo capisco», afferma il responsabile della sanità federale in un'intervista pubblicata oggi dalla NZZ am Sonntag. «La maggior parte di noi non ha mai sperimentato niente di simile a questa pandemia. L'incertezza è durata a lungo, e si sente».

Berset dice di percepire anch'egli un tono più aggressivo fra cantoni e Confederazione, fra politica e mondo accademico, nonché sulle reti sociali: l'umore è cambiato. «Tra marzo e aprile abbiamo avuto un periodo di unità, è stato il culmine della crisi. La coesione è stata impressionante. Dopo di che, le discussioni sono ricominciate».

«Questo è importante in una democrazia», riconosce il 48enne, che insieme agli altri membri dell'esecutivo si è arrogato vasti poteri sulla scia dell'epidemia, suscitando anche non poche critiche. «Ma al momento si sente che i nervi sono tesi, ci vuole davvero poco perché la gente si arrabbi».

Le accuse mosse all'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) per la pubblicazione di dati sbagliati hanno a suo avviso anche a che a fare con la frustrazione: «All'inizio, molti pensavano che la situazione di crisi sarebbe presto finita. Ora invece continua, non c'è una fine vicina. La stanchezza si fa sentire. In questa situazione arriva qualche numero sbagliato - uno sfortunato errore - e piovono critiche».

Berset non nasconde che vi sia una certa stanchezza: «Ci sono stati e ci sono momenti in cui i nostri funzionari sono sotto pressione. Anch'io raggiungo spesso i miei limiti. Dopo tutto, siamo tutti solo persone e viviamo ogni giorno con questa incertezza. Questo è un onere per tutti, anche per il Consiglio federale e l'amministrazione».

Secondo il responsabile del Dipartimento federale dell'interno (DFI) la raccolta dei dati medici - nell'ambito di 26 sistemi sanitari cantonali - rappresenta un problema già in tempi normali. "C'è da migliorare, questo è sicuro. Ma non tutto può essere costruito così rapidamente".

Intanto però - chiosa l'intervistatore - Zurigo sembra essere più veloce, per esempio andando a cercare direttamente i dati dei passeggeri che arrivano all'aeroporto. «Una competizione tra Confederazione e cantoni non mi sembra necessaria», osserva Berset, «siamo tutti nella stessa barca, impariamo e ci sosteniamo l'un l'altro».

«La situazione oggi ha poco a che fare con quello che abbiamo vissuto a febbraio e marzo», si dice convinto il politico friburghese sposato e padre di tre figli, «Ora sappiamo cosa serve per proteggere noi stessi e gli altri. Abbiamo le cose in mano. Una situazione come quella di marzo non dovrebbe mai più ripetersi. Allora c'erano fino a 1500 nuovi casi positivi al giorno e quelli non noti erano chiaramente più numerosi. Oggi facciamo test gratuiti anche quando i sintomi sono scarsi e abbiamo molti meno casi».

«Direi che abbiamo la situazione sotto controllo», riassume quindi Berset. In autunno vi sarà la seconda ondata? «Non lo so», risponde, «ma stiamo facendo tutto il possibile per evitarlo. I test e il tracciamento sono fondamentali. Non dobbiamo mai fermarci finché l'epidemia non sarà finita. L'obiettivo è di evitare di dover chiudere tutto, come abbiamo fatto in marzo».

 

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